Mentre oggi supplicavo il Signore che parlasse Lui per me, poiché non sapevo cosa dire né come cominciare a compiere questa obbedienza, mi si offrì quanto ora dirò, per cominciare con qualche fondamento: considerare la nostra anima come un castello tutto di un diamante, o di un cristallo limpidissimo, dove si trovano molte stanze, così come in cielo vi sono molte dimore. Se ben lo consideriamo, sorelle, l’anima del giusto non è altro che un paradiso, dove Egli dice di trovare le sue delizie. Che cosa sarà dunque la stanza dove un re tanto potente, tanto sapiente, tanto puro, tanto colmo di ogni bene si compiace? Non trovo nulla con cui paragonare la grande bellezza e la grande capacità di un’anima. E in verità il nostro intelletto, per quanto acuto, riesce appena ad arrivare a comprenderla, così come non può arrivare a considerare Dio, poiché Egli stesso dice che ci ha creati a sua immagine e somiglianza.
Stando così le cose, non c’è motivo di affaticarci a voler comprendere del tutto la bellezza di questo castello, perché per quanto vi sia tra esso e Dio la differenza che c’è tra il Creatore e la creatura, essendo esso creatura, basta dire che Sua Maestà lo ha fatto a sua immagine perché possiamo intendere la grande dignità e bellezza dell’anima. Non è piccola pena e confusione che, per colpa nostra, non comprendiamo noi stessi, né sappiamo chi siamo. Non sarebbe grande ignoranza, figlie mie, se a qualcuno si chiedesse chi è, e non si conoscesse, né sapesse chi fu suo padre, né sua madre, né di che terra viene? Ora, se questa sarebbe grande rozzezza, senza paragone maggiore è quella che si trova in noi, quando non ci curiamo di sapere cosa siamo, ma ci fermiamo a questi corpi, e così, in modo vago (perché lo abbiamo sentito dire e perché la fede ce lo dice), sappiamo di avere un’anima; ma quali beni possa contenere questa anima, o chi vi abiti dentro, o il suo grande valore, raramente lo consideriamo, e perciò si tiene in così poco conto il preoccuparsi con ogni cura di conservarne la bellezza. Tutto ciò ci appare nella rozzezza della cornice, ossia della cinta, di questo Castello, che sono questi corpi. Consideriamo dunque che questo castello ha, come ho detto, molte dimore: alcune in alto, altre in basso, altre ai lati, e nel centro, in mezzo a tutte, ha la più importante, dove avvengono le cose di grande segretezza tra Dio e l’anima. È necessario che prestiate attenzione a questo paragone: forse piacerà a Dio che per mezzo di esso io possa farvi intendere qualcosa delle grazie che Dio è solito fare alle anime, e le differenze che vi sono tra loro, per quanto io sia arrivata a comprendere che sia possibile, perché a nessuno sarà possibile comprenderle tutte, tante sono, tanto più a chi è miserabile come me.
Vi sarà infatti di grande consolazione, quando il Signore ve le farà conoscere, sapere che è possibile; e a chi non le conoscerà, servirà a lodare la sua grande bontà: poiché così come non ci fa male considerare le cose che vi sono in cielo, e ciò di cui godono i beati, anzi ce ne rallegriamo e cerchiamo di ottenere ciò di cui essi godono, così non ci farà male vedere che è possibile, in questo esilio, che un Dio tanto grande si comunichi a dei vermi così pieni di cattivo odore, e amare una bontà così buona, e una misericordia così senza misura. Credo per certo che a chi recasse danno comprendere che Dio può concedere questa grazia in questo esilio, mancherebbe molto di umiltà e di amore del prossimo: perché se non fosse così, come potremmo non rallegrarci che Dio faccia queste grazie a un nostro fratello, dal momento che ciò non impedisce che le faccia anche a noi, e che Sua Maestà faccia conoscere le sue grandezze, in chiunque esse siano? Poiché talvolta sarà solo per mostrarle, come disse del cieco a cui restituì la vista, quando gli Apostoli gli chiesero se fosse per i suoi peccati o per quelli dei suoi genitori. E così accade che non le conceda a chi è più santo piuttosto che a chi non lo è, ma perché si conosca la sua grandezza, come vediamo in san Paolo e nella Maddalena, e perché noi lo lodiamo nelle sue creature. Si potrà dire che queste sembrano cose impossibili e che è bene non scandalizzare i deboli. Si perde meno se costoro non ci credono, che se si impedisse di trarre profitto a coloro a cui Dio le concede; e questi si consoleranno e si desteranno ad amare ancora di più Colui che fa tante misericordie, essendo tanto grandi il suo potere e la sua maestà. Tanto più che so di parlare con chi non correrà questo pericolo, perché sapete e credete che Dio fa segni d’amore ancora maggiori. Io so che chi non lo crede, non lo vedrà per esperienza; perché Egli ama molto che non si pongano limiti alle sue opere; e così, sorelle, non vi accada mai, a voi che il Signore non conduce per questa via, di dubitarne.
Tornando dunque al nostro bello e delizioso Castello, dobbiamo vedere come potremo entrarvi. Sembra che io dica qualcosa di assurdo, perché se questo Castello è l’anima, è chiaro che non c’è bisogno di entrarvi, dal momento che l’anima stessa lo è: sembrerebbe una sciocchezza dire a qualcuno di entrare in una stanza in cui si trova già. Ma dovete capire che c’è molta differenza tra uno stare e l’altro: vi sono molte anime che restano nel recinto esterno del Castello, che è dove stanno coloro che lo custodiscono, e a cui non importa affatto di entrare dentro, né di sapere cosa vi sia in quel luogo tanto prezioso, né quali stanze contenga. Avrete già sentito dire, in alcuni libri di preghiera, di consigliare all’anima di entrare dentro di sé: ebbene, è proprio questo. Mi diceva poco tempo fa un grande teologo che le anime senza orazione sono come un corpo paralizzato, o storpio, che pur avendo piedi e mani non li può comandare: così sono alcune anime, tanto malate e abituate a stare nelle cose esteriori, che non c’è rimedio, né sembra che possano entrare dentro di sé; perché l’abitudine le ha ormai rese tali, per aver sempre avuto a che fare con le bestiole striscianti e le altre bestie che stanno intorno alla cinta del Castello, che sono diventate quasi come loro: e pur essendo per natura così ricche, e pur potendo avere la propria conversazione nientemeno che con Dio, non c’è rimedio. E se queste anime non cercano di comprendere e rimediare alla loro grande miseria, resteranno trasformate in statue di sale, per non voler voltare la testa verso se stesse, così come accadde alla moglie di Lot per averla voltata. Perché, per quanto io possa capire, la porta per entrare in questo Castello è la preghiera e la riflessione: non dico che sia più mentale che vocale, perché, per essere preghiera, deve essere fatta con riflessione; poiché chi non bada con chi parla, e cosa chiede, e chi è colui che chiede, e a chi, io non la chiamo preghiera, anche se muove molto le labbra; perché per quanto talvolta lo sia anche senza questa attenzione, è perché l’ha avuta altre volte: ma chi avesse l’abitudine di parlare con la maestà di Dio come parlerebbe con il proprio schiavo, senza badare se dice cose sbagliate, ma dicendo solo ciò che le viene alla bocca e che ha imparato per averlo fatto altre volte, questa io non la chiamo preghiera, e voglia Dio che nessun cristiano la faccia in questo modo; tra voi, sorelle, spero in Sua Maestà che questo non accada, per l’abitudine che avete di trattare le cose interiori, il che basta a non cadere in una simile rozzezza. Non parliamo dunque di queste anime paralizzate, perché se non viene lo stesso Signore a comandar loro di alzarsi, come a colui che da trent’anni giaceva alla piscina, sono in cattiva sorte e grande pericolo; parliamo invece di altre anime che infine entrano nel Castello: perché sebbene siano molto immerse nel mondo, hanno buoni desideri, e qualche volta, anche se di rado, si raccomandano al Signore, e considerano chi sono, anche se non molto a fondo; qualche volta al mese pregano, piene di mille occupazioni (il pensiero quasi sempre rivolto a queste), perché vi sono così attaccate che, come dove sta il proprio tesoro là corre anche il cuore, si sforzano talvolta di liberarsene, ed è gran cosa la conoscenza di sé, e il vedere che non si procede bene per trovare la porta. Alla fine entrano nelle prime stanze, quelle più in basso, ma entrano con loro tante bestiole striscianti, che non le lasciano vedere la bellezza del Castello, né trovare quiete: già è molto l’esservi entrate.
Vi parrà, figlie, che questo non vi riguardi, poiché per la bontà del Signore voi non siete fra queste. Dovete avere pazienza, perché non saprei come altro far comprendere, come io stessa ho compreso alcune cose interiori sull’orazione, se non in questo modo, e voglia il Signore che riesca a dire qualcosa di utile; perché è assai difficile far comprendere ciò che vorrei, se non c’è esperienza: se c’è, vedrete che non si può fare a meno di toccare argomenti che, piaccia al Signore, nella sua misericordia, non ci tocchino mai.