Il castello interiore, Teresa d'Ávila

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Settime mansioni

Capitolo 27

Non dovete pensare, sorelle, che questi effetti di cui ho parlato restino sempre costanti in queste anime; perciò, dove mi viene in mente, dico che è normale che il nostro Signore a volte le lasci alla loro natura; e non pare altro se non che allora si uniscano tutte le cose velenose del sobborgo e delle mansioni di questo Castello, per vendicarsi di loro, per il tempo in cui non sono riuscite ad averle in mano.

È vero che dura poco, un giorno al massimo, o poco più, e in questo grande tumulto (che di solito procede da qualche occasione) si vede quanto guadagni l’anima dalla buona compagnia in cui si trova, perché il Signore le dà una grande fermezza, per non deviare in nulla dal suo servizio e dalle sue buone decisioni; anzi, pare che queste crescano: nemmeno per un piccolissimo primo moto si allontanano da questa decisione.

Come dico, capita di rado; è solo che il nostro Signore vuole che non perdano la memoria della propria natura, perché da un lato restino sempre umili, dall’altro perché capiscano di più quanto devono a Sua Maestà, e la grandezza della grazia che ricevono, e lo lodino.

Non vi passi nemmeno per la mente che, per avere queste anime desideri e decisioni così grandi di non commettere un’imperfezione per nulla al mondo, smettano di commetterne molte, e persino dei peccati. Non deliberatamente, no: il Signore deve dare a queste anime un aiuto molto particolare per questo: dico peccati veniali, perché di quelli mortali, per quanto esse possano capire, sono libere, anche se non del tutto sicure; ne avranno alcuni di cui non si rendono conto, e questo non sarà per loro un piccolo tormento.

Si preoccupano anche per le anime che vedono perdersi; e anche se in qualche modo hanno grande speranza di non essere tra queste, quando si ricordano di alcuni di cui parla la Scrittura, che pareva fossero favoriti dal Signore, come un Salomone, che tanto comunicò con Sua Maestà, non possono fare a meno di temere, come ho già detto. E quella tra voi che si trovasse con maggior sicurezza in sé stessa, tema di più; perché beato l’uomo che teme Dio, dice Davide. Sua Maestà ci protegga sempre: supplicarlo che non lo offendiamo è la maggior sicurezza che possiamo avere. Sia per sempre lodato, amen.

Sarà bene, sorelle, dirvi quale sia il fine per cui il Signore fa tante grazie in questo mondo. Anche se dagli effetti di esse l’avrete già capito (se ci avete fatto caso), ve lo voglio ridire qui; perché nessuna pensi che sia solo per dilettare queste anime, cosa che sarebbe un grande errore, perché Sua Maestà non può farci grazia maggiore di quella di darci una vita che imiti quella vissuta dal suo Figlio così amato; e così ritengo per certo che queste grazie servano a rafforzare la nostra debolezza, come qui ho già detto qualche volta, per poterlo imitare nel molto patire.

Abbiamo sempre visto che quelli che camminarono più vicini a Cristo nostro Signore, furono quelli dai travagli maggiori: guardiamo quello che passò la sua gloriosa Madre, e i gloriosi Apostoli. Come pensate che potesse soffrire san Paolo travagli così grandissimi? Per mezzo suo possiamo vedere che effetti producano le vere visioni e contemplazione, quando sono del nostro Signore, e non immaginazione, inganno del demonio. Forse si nascose con esse per godere di quei doni, senza badare ad altro? Lo vedete bene, che non ebbe giorno di riposo, per quanto possiamo capire; e nemmeno doveva averne di notte, visto che proprio di notte si guadagnava da mangiare.

Mi piace molto san Pietro, quando stava fuggendo dalla prigione, e gli apparve il nostro Signore, e gli disse che andava a Roma a essere crocifisso un’altra volta. Non recitiamo mai questa festa, dove si trova questo episodio, senza che sia per me una consolazione particolare: come restò san Pietro dopo questa grazia del Signore, o cosa fece? Andare subito incontro alla morte: e non è poca misericordia del Signore trovare chi gliela conceda.

Oh, sorelle mie, quanto deve avere dimenticato il proprio riposo, e quanto poco deve curarsi degli onori, e quanto lontana deve essere dal voler essere tenuta in qualche conto, l’anima in cui il Signore dimora così particolarmente! Perché se lei sta molto con Lui, come è ragionevole, deve ricordarsi poco di sé: tutta la sua memoria va in come contentarlo di più, e in cosa, o per quale via, mostrargli l’amore che gli porta.

Per questo serve l’orazione, figlie mie: a questo serve questo matrimonio spirituale, perché ne nascano sempre opere, opere. Questo è il vero segno che sia cosa e grazia fatta da Dio, come vi ho già detto; perché poco mi giova restare molto raccolta, da sola, facendo atti col nostro Signore, proponendo e promettendo di fare meraviglie al suo servizio, se poi, appena ne esco e si presenta l’occasione, faccio tutto al contrario.

Ho detto male che giova poco, perché tutto il tempo che si sta con Dio giova molto; e queste decisioni, anche se siamo deboli nel non mantenerle poi, qualche volta Sua Maestà ci darà il modo di realizzarle; e forse anche, pur dispiacendoci, come fa molte volte: vedendo un’anima molto codarda, le dà un travaglio molto grande, ben contro la sua volontà, e la trae fuori con guadagno; e dopo, quando l’anima lo capisce, resta più perduta la paura di offrirsi di più a Lui.

Volevo dire che è poco, in confronto a quanto è molto di più: che le opere corrispondano agli atti e alle parole; e chi non potesse farlo tutto insieme, lo faccia poco a poco, pieghi la sua volontà, se vuole che l’orazione le giovi, perché dentro questi angoli non mancheranno certo molte occasioni in cui poterlo fare.

Guardate che questo importa molto più di quanto io saprò sottolineare. Fissate gli occhi sul Crocifisso, e tutto vi sembrerà poco. Se Sua Maestà ci mostrò l’amore con opere e tormenti così spaventosi, come volete contentarlo solo con parole?

Sapete cosa sia essere spirituali davvero? Farsi schiavi di Dio, a cui (segnate col suo marchio, che è quello della croce, perché già gli hanno dato la propria libertà) Egli possa vendere come schiave di tutto il mondo, come Lui stesso lo fu; e in questo non fa loro alcun torto, anzi non piccola grazia: e se a questo non si decidono, non abbiano paura, non ne trarranno molto profitto, perché tutto questo edificio, come ho detto, ha per fondamento l’umiltà, e se questa non c’è davvero, anche per il vostro bene il Signore non vorrà farlo salire troppo in alto, perché non crolli tutto a terra.

Così, sorelle, perché abbia buone fondamenta, procurate di essere la più piccola di tutte, e schiava loro, guardando come o per quale via potete farle contente e servirle; perché quello che farete in questo, lo fate più per voi stesse che per loro, mettendo pietre così salde che il Castello non vi crolli addosso.

Torno a dire che per questo è necessario non porre il vostro fondamento solo nel pregare e contemplare; perché se non cercate le virtù, e non le esercitate, resterete sempre nane; e voglia Dio che sia solo non crescere, perché sapete già che chi non cresce, decresce: perché ritengo impossibile che l’amore, dove c’è davvero, si accontenti di restare fermo.

Vi parrà che parli a chi comincia, e che dopo si possa già riposare: vi ho già detto che la quiete che queste anime hanno nell’interiore serve ad averne molta meno, e a non volerla avere, nell’esteriore.

Per cosa pensate che servano quelle ispirazioni di cui ho parlato, o per meglio dire aspirazioni, e quei messaggi che l’anima manda dal centro interiore alla gente di sopra del Castello, e alle mansioni che stanno fuori da dove lei si trova? Per farle andare a dormire? No, no, no: da lì fa loro piuttosto più guerra, perché le facoltà e i sensi, e tutto ciò che è corporeo, non restino oziosi, più di quanto facesse quando andava patendo insieme a loro; perché allora non capiva il guadagno così grande che sono i travagli, che forse sono stati i mezzi per portarla lì da Dio, così come la compagnia che ha ora le dà forze molto maggiori di sempre.

Perché se qui Davide dice che con i santi saremo santi, non c’è da dubitare che, essendo fatta una cosa sola col Forte, per l’unione così sovrana di spirito con spirito, le si debba attaccare la sua fortezza; e così vedremo quella che hanno avuto i santi per patire e morire.

È ben certo che, anche di quella fortezza che lì le si attacca, qualcosa arriva a tutti quelli che sono nel Castello, e persino al corpo stesso, che spesso pare non sentirla; piuttosto (rafforzato dallo sforzo che fa l’anima bevendo il vino di questa cantina, dove lo Sposo l’ha portata, e non la lascia uscire) ne trabocca qualcosa nel corpo debole, così come qui il cibo che si mette nello stomaco dà forza alla testa e a tutto il resto.

E così ha ben triste sorte, finché vive, perché per quanto faccia, è molto maggiore la forza interiore, e la guerra che le si fa, tanto che tutto le sembra nulla. Da qui dovevano venire le grandi penitenze che fecero molti santi, specialmente la gloriosa Maddalena, cresciuta sempre in tanto lusso; e quella fame che ebbe il nostro padre Elia dell’onore del suo Dio, e che ebbero san Domenico e san Francesco di guadagnare anime perché Egli fosse lodato: vi dico che non dovevano passare poco, dimentichi di sé stessi.

Questo voglio io, sorelle mie, che cerchiamo di raggiungere; e desideriamo e occupiamoci nell’orazione non per goderne, ma per avere queste forze per servire. Non vogliamo andare per un cammino mai percorso, perché ci perderemmo proprio nel momento migliore; e sarebbe ben strano pensare di ottenere queste grazie di Dio per un’altra via che non sia quella che Lui stesso percorse, e che hanno percorso tutti i suoi santi.

Non ci passi per la mente il contrario: credetemi che Marta e Maria devono camminare insieme per ospitare il Signore e tenerlo sempre con sé, e non fargli una cattiva ospitalità non dandogli da mangiare. Come avrebbe potuto dargliene Maria, seduta sempre ai suoi piedi, se sua sorella non l’avesse aiutata? Il suo cibo è che, in tutti i modi che possiamo, conduciamo anime a Lui, perché si salvino e lo lodino sempre.

Mi direte due cose: la prima, che disse che Maria aveva scelto la parte migliore; e questo perché aveva già fatto il compito di Marta, dilettando il Signore nel lavargli i piedi, e asciugarli con i suoi capelli. E pensate che fosse poca mortificazione, per una signora come lei era, andare per quelle strade, e forse sola (perché non aveva il fervore per badare a come andava), ed entrare dove non era mai entrata, e dopo sopportare le mormorazioni del fariseo, e molte altre che doveva sopportare? Perché vedere nel paese una donna come lei fare un cambiamento così grande, e, come sappiamo, tra gente così cattiva, per cui bastava vedere che aveva amicizia col Signore, che loro tenevano in tanto odio, per riportare alla memoria la vita che aveva condotto, e che ora voleva farsi santa (perché è chiaro che presto avrebbe cambiato vestito e tutto il resto): se oggi lo si dice di persone che non sono così conosciute, cosa sarebbe stato allora?

Vi dico, sorelle, che quella parte migliore veniva accompagnata da ben parecchi travagli e mortificazioni, perché, anche se non fosse stato altro che vedere il suo Maestro così odiato, era un travaglio intollerabile. E i tanti che dopo passò nella morte del Signore? Ritengo che il non aver ricevuto il martirio fu perché l’aveva già vissuto nel vedere morire il Signore; e negli anni che visse, nel vedersi assente da Lui, cosa che doveva essere di terribile tormento, si vedrà che non stava sempre col dono della contemplazione ai piedi del Signore.

La seconda cosa: che voi non potete, né avete modo, di condurre anime a Dio, cosa che fareste volentieri; ma, non dovendo insegnare né predicare, come facevano gli Apostoli, non sapete come fare. A questo ho già risposto per iscritto alcune volte, e non so nemmeno se in questo stesso Castello: ma poiché è cosa che credo vi passi per la mente, con i desideri che vi dà il Signore, non mancherò di dirlo anche qui.

Vi ho già detto altrove che a volte il demonio ci mette in testa grandi desideri, perché non mettiamo mano a quello che abbiamo a portata di mano per servire il nostro Signore in cose possibili, e restiamo contente di aver desiderato quelle impossibili. A parte il fatto che con l’orazione aiuterete molto; non vogliate giovare a tutto il mondo, ma a quelle che sono nella vostra compagnia, e così l’opera sarà maggiore, perché siete più obbligate verso di loro.

Pensate che sia poco guadagno che la vostra umiltà sia così grande, e la mortificazione, e il servire tutte, e una grande carità verso di loro, e un amore del Signore tale che quel fuoco le accenda tutte, e che con le altre virtù le teniate sempre sveglie? Non sarebbe altro che un grande e gradito servizio al Signore; e con questo che mettete in pratica, che potete fare, Sua Maestà capirà che fareste molto di più; e così vi darà il premio, come se ne aveste guadagnate molte.

Direte che questo non è convertire, perché sono già tutte buone. Chi vi mette in testa questo? Quanto più fossero migliori, tanto più gradite saranno le loro lodi al Signore, e tanto più la loro preghiera gioverà al prossimo.

Insomma, sorelle mie, concludo dicendo che non costruiamo torri senza fondamenta, perché il Signore non guarda tanto alla grandezza delle opere, quanto all’amore con cui si fanno; e se facciamo quello che possiamo, Sua Maestà farà sì che possiamo sempre di più, ogni giorno; e ancora di più, purché non ci stanchiamo subito, ma, per il poco che dura questa vita (e forse sarà ancora meno di quanto ciascuna pensi), interiormente ed esteriormente, offriamo al Signore il sacrificio che possiamo, perché Sua Maestà lo unirà a quello che fece sulla croce per noi al Padre, affinché abbia il valore che la nostra volontà avrà meritato, anche se le opere sono piccole.

Voglia Sua Maestà, sorelle e figlie mie, che ci rivediamo tutte dove sempre lo loderemo, e mi dia la grazia di mettere in pratica qualcosa di quello che vi dico, per i meriti di suo Figlio, che vive e regna per sempre, amen. Vi dico che è per me ben grande confusione; e così vi chiedo, per lo stesso Signore, di non dimenticare nelle vostre preghiere questa povera miserabile. Amen.

—

*JHS*

Anche se, quando cominciai a scrivere quello che qui si trova, fu con la contrarietà di cui parlo all’inizio, dopo averlo finito mi ha dato molto contento, e considero ben speso il lavoro, anche se confesso che è stato ben poco.

E considerando la grande clausura, e le poche cose di svago che avete, sorelle mie, e case non così adeguate come converrebbe, in alcuni dei vostri monasteri, mi pare che vi sarà di consolazione dilettarvi in questo Castello interiore, perché senza il permesso dei superiori potete entrarvi e passeggiarvi a qualunque ora.

È vero che non in tutte le mansioni potrete entrare con le vostre sole forze, per quanto vi paia di averne di grandi, se non vi fa entrare lo stesso Signore del Castello: perciò vi avviso di non fare alcuna forza, se incontrerete qualche resistenza, perché lo fareste adirare al punto da non lasciarvi mai più entrare. È molto amico dell’umiltà.

Tenendovi per tali da non meritare ancora di entrare nelle terze, ne guadagnerete più in fretta la Sua benevolenza, per arrivare alle quinte, e potrete servirlo da lì in modo tale, continuando ad andarvi molte volte, che vi faccia entrare nella stessa dimora che tiene per Sé, da cui non uscirete più, a meno che non siate chiamate dalla priora, la cui volontà questo grande Signore vuole che osserviate quanto la sua stessa. E anche se starete molto fuori per suo ordine, ogni volta che tornerete vi terrà la porta aperta.

Una volta che avrete imparato a godere di questo Castello, in tutte le cose troverete riposo, anche se di gran travaglio, con la speranza di tornarvi e che nessuno possa togliervelo.

Anche se non si è trattato di più di sette mansioni, in ciascuna di queste ce ne sono molte, in basso e in alto, e ai lati, con bei giardini, fontane e labirinti, e cose così deliziose, che desidererete disfarvi in lodi del grande Dio, che l’ha creato a sua immagine e somiglianza.

Se troverete qualcosa di buono nel modo di darvi notizie di Lui, credete davvero che lo ha detto Sua Maestà per darvi contento; e quanto di cattivo troverete, è detto da me.

Per il grande desiderio che ho di essere in qualche modo d’aiuto a voi nel servire questo mio Dio e Signore, vi chiedo che, in mio nome, ogni volta che leggerete qui, lodiate molto Sua Maestà, e gli chiediate la crescita della sua Chiesa, e luce per i luterani e per me; che mi perdoni i miei peccati e mi tragga dal purgatorio, dove forse sarò, per la misericordia di Dio, quando questo vi si darà da leggere, se sarà ritenuto adatto perché si veda, dopo essere stato visto da uomini dotti: e se vi fosse qualche errore, è per non averlo capito meglio; e in tutto mi sottometto a quanto tiene la santa Chiesa Cattolica Romana, nella quale vivo, e dichiaro e prometto di vivere e morire. Sia Dio nostro Signore per sempre lodato e benedetto. Amen. Amen.

*Questo si è finito di scrivere nel monastero di San Giuseppe di Ávila, nell’anno millecinquecentosettantasette, vigilia di sant’Andrea, per la gloria di Dio, che vive e regna per sempre. Amen.*

Traduzione italiana di Meditanimus, condotta direttamente sul testo spagnolo originale, di pubblico dominio. Fonti e crediti.

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