Ora dunque diciamo che questa farfallina è ormai morta, con grandissima gioia per aver trovato riposo, e che in lei vive Cristo. Vediamo che vita conduce, o che differenza ci sia rispetto a quando viveva lei; perché dagli effetti vedremo se è vero quanto ho detto. Per quanto posso capire, sono quelli che dirò.
Il primo: una dimenticanza di sé tale che davvero pare non esista più, come ho già detto; perché è tutta fatta in modo da non riconoscersi, né da ricordarsi che per lei ci debba essere cielo, vita o onore, perché è tutta impiegata nel procurare l’onore di Dio; pare che le parole che le disse Sua Maestà abbiano prodotto l’effetto di un’opera: che badasse alle cose di Lui, e Lui avrebbe badato alle sue. E così di tutto quello che può succedere non si preoccupa, ma ha una strana dimenticanza, che, come dico, fa sembrare che non esista più, né vorrebbe essere nulla, in nulla; tranne quando capisce che resta da parte sua qualcosa con cui accrescere, anche solo di un punto, la gloria e l’onore di Dio, per cui darebbe molto volentieri la vita.
Non pensate per questo, figlie, che trascuri il mangiare e il dormire (cosa che le è non poco tormento), e il fare tutto quello a cui è obbligata secondo il suo stato; perché parliamo di cose interiori, ché di opere esteriori c’è poco da dire; anzi, è proprio questa la sua pena, vedere quanto poco possano ormai le sue forze. In tutto quello che può, e che capisce essere servizio del nostro Signore, non lo tralascerebbe per nulla al mondo.
Il secondo: un grande desiderio di patire, ma non in modo da inquietarla, come un tempo; perché è a tal punto estremo il desiderio che resta in queste anime che si faccia la volontà di Dio in loro, che tengono per buono tutto quello che Sua Maestà fa: se volesse che patisse, ben venga; se no, non si tormenta più come un tempo.
Queste anime hanno anche una grande gioia interiore quando sono perseguitate, con molta più pace di quanto già detto, e senza alcuna inimicizia verso chi fa loro del male o desidera farlo; anzi, provano per loro un affetto particolare, tanto che, se li vedono in qualche travaglio, ne soffrono teneramente, e farebbero qualsiasi cosa per liberarli, e li raccomandano a Dio molto volentieri; e delle grazie che Sua Maestà fa loro, sarebbero liete di perderle, perché le facesse a loro, perché non offendessero il nostro Signore.
La cosa che più stupisce di tutte è che avete già visto i travagli e le afflizioni che hanno avuto per il desiderio di morire, per godere del nostro Signore: ora è così grande il desiderio che hanno di servirlo, e che per mezzo loro sia lodato, e di giovare a qualche anima se potessero, che non solo non desiderano morire, ma vivere molti e molti anni patendo grandissimi travagli, pur di far sì che il Signore sia lodato per mezzo loro, anche in cosa molto piccola.
E se sapessero con certezza che, appena l’anima uscisse dal corpo, godrebbe di Dio, non importerebbe loro nulla, né penserebbero alla gloria che hanno i santi: non desiderano, per allora, trovarsi in essa. Pongono la loro gloria nel poter aiutare in qualcosa il Crocifisso, specialmente quando vedono quanto sia offeso, e quanto pochi siano quelli che davvero guardano al suo onore, distaccati da tutto il resto.
È vero che a volte, dimenticando questo, tornano con tenerezza i desideri di godere di Dio e di voler uscire da questo esilio, specialmente vedendo quanto poco lo servano; ma poi tornano, e guardano dentro di sé, alla compagnia continua che Lui mantiene con loro, e con quello si accontentano, e offrono a Sua Maestà il voler vivere, come l’offerta più costosa che possano dargli.
Non hanno alcun timore della morte, non più di quanto ne avrebbero di un dolce rapimento. Il fatto è che Colui che dava quei desideri con un tormento così eccessivo, ora ne dà di questi altri. Sia per sempre benedetto e lodato.
Il senso è questo: i desideri di queste anime non sono più di doni o di gusti, perché hanno con sé lo stesso Signore, ed è Sua Maestà a vivere ora in loro. È chiaro che la sua vita non fu altro che tormento continuo, e così fa sì che lo sia anche la nostra, almeno nei desideri, perché per il resto ci tratta con dolcezza, come fragili che siamo, anche se riceviamo ben bene della sua fortezza quando vede che ne abbiamo bisogno.
Un grande distacco da tutto, e il desiderio di stare sempre sole, o occupate in qualcosa che giovi a qualche anima; non aridità né travagli interiori, ma un ricordo e una tenerezza verso il nostro Signore, per cui non vorrebbero fare altro che lodarlo; e quando si distraggono, lo stesso Signore le risveglia nel modo già detto, tanto che si vede chiarissimamente che quell’impulso (o non so come altro chiamarlo) procede dall’interiore dell’anima, come si disse degli impeti. Qui però è con grande dolcezza, e non procede dal pensiero, né dalla memoria, né da nulla che si possa capire come fatto dall’anima da parte sua.
Questo è così comune, e capita così tante volte, che lo si è osservato bene con attenzione: così come un fuoco non getta la fiamma verso il basso, ma verso l’alto, per quanto grande lo si voglia accendere, così si capisce che qui questo movimento interiore procede dal centro dell’anima, e risveglia le facoltà.
Davvero, anche se non ci fosse altro guadagno in questo cammino di orazione, se non capire la cura particolare che Dio ha di comunicarsi con noi, e andare quasi a pregarci (perché non pare altro) di restare con Lui, mi parrebbero ben spesi tutti i travagli che si passano per godere di questi tocchi del suo amore, così dolci e penetranti.
Questo, sorelle, l’avete già sperimentato, perché penso che, arrivate all’orazione di unione, il Signore vada con questa cura, se noi non trascuriamo di osservare i suoi comandamenti. Quando questo vi capiterà, ricordatevi che viene da questa Dimora interiore, dove Dio sta nella nostra anima, e lodatelo molto, perché certo è suo quel messaggio o biglietto, scritto con tanto amore, e in modo tale, che vuole che solo voi capiate quella scrittura, e quello che per mezzo di essa vi chiede.
La differenza che c’è qui, in questa mansione, è quanto ho detto: che quasi mai c’è aridità, né i tumulti interiori che a tratti c’erano in tutte le altre, ma l’anima resta quasi sempre in quiete.
Il non temere che il demonio possa contraffare una grazia così alta, ma restare costantemente sicure che sia Dio; perché, come ho detto, qui non c’entrano i sensi né le facoltà, poiché Sua Maestà si è rivelato all’anima e l’ha fatta entrare in sé, dove, mi pare, il demonio non oserà entrare, né il Signore glielo permetterà; e tutte le grazie che qui fa all’anima, come ho detto, avvengono senza alcun aiuto dell’anima stessa, se non quello che lei ha già fatto nel consegnarsi tutta a Dio.
Tutto quello che il Signore qui fa all’anima e le insegna avviene con tanta quiete e così senza rumore, che mi pare come nella costruzione del tempio di Salomone, dove non si doveva sentire alcun rumore: così in questo tempio di Dio, in questa sua Dimora, solo Lui e l’anima si godono, in grandissimo silenzio.
Non c’è bisogno che l’intelletto si agiti o cerchi nulla, perché il Signore che lo creò lo vuole quietare qui, e che solo da un piccolo spiraglio guardi quello che succede; perché, anche se a tratti questa vista si perde, e non le si lascia guardare, è un intervallo brevissimo; perché, mi pare, qui le facoltà non si perdono, ma non operano, restano come stupite.
Io stessa resto stupita nel vedere che, arrivata qui, all’anima vengono tolti quasi tutti i rapimenti, salvo qualche rara volta, e questa non con quei rapimenti e voli dello spirito di prima; e sono volte molto rare, e quasi sempre non in pubblico come prima (cosa che era molto frequente); né le fanno più effetto le grandi occasioni di devozione come un tempo, quando, se vedeva un’immagine devota, o sentiva un sermone (che quasi non riusciva ad ascoltare), o della musica, la povera farfallina, che andava così ansiosa, tutto la spaventava e la faceva volare via.
Ora, o è perché ha trovato il suo riposo, o perché l’anima ha visto tanto in questa Dimora da non spaventarsi più di nulla, o perché non si trova più con quella solitudine di prima, godendo di una tale compagnia. Insomma, sorelle, non so quale ne sia la causa, ma, da quando il Signore comincia a mostrare cosa ci sia in questa Dimora, e vi fa entrare l’anima, le viene tolta questa grande debolezza, che prima era per loro un gran travaglio, e prima non veniva tolta.
Forse è che il Signore l’ha fortificata, ampliata e resa capace; oppure può essere che prima volesse far capire in pubblico quello che faceva in segreto con queste anime, per qualche fine che Sua Maestà conosce, perché i suoi giudizi sono al di sopra di tutto quello che qui possiamo immaginare.
Questi effetti, insieme a tutti gli altri che abbiamo detto essere buoni nei gradi di orazione già descritti, Dio li dà quando porta l’anima a Sé, con quel bacio che la Sposa chiedeva, che io capisco qui le venga concesso, questa richiesta essendo compiuta. Qui si dà l’acqua in abbondanza a questa cerva ferita. Qui trova la colomba che Noè mandò a vedere se la tempesta fosse finita, l’ulivo, come segno di aver trovato terra ferma dentro le acque e le tempeste di questo mondo.
Oh Gesù! E chi conoscesse le molte cose della Scrittura che devono esserci per far capire questa pace dell’anima! Dio mio, visto che vedete quanto ci importi, fate che i cristiani la vogliano cercare, e a quelli a cui l’avete data, non toglietegliela, per vostra misericordia; perché, in fondo, finché non date loro quella vera, e le portate dove non possa finire, si deve sempre vivere con timore.
Dico “quella vera” non perché pensi che questa non lo sia, ma perché potrebbe tornare la guerra di prima, se noi ci allontanassimo da Dio. Ma cosa sentiranno queste anime, nel vedere che potrebbero restare prive di un bene così grande? Questo le fa andare più attente, e cercare di trarre forza dalla debolezza, per non tralasciare per colpa loro nulla di quanto possa presentarsi, pur di piacere di più a Dio.
Quanto più sono favorite da Sua Maestà, tanto più vanno timorose e timide di sé stesse: e siccome in queste sue grandezze hanno conosciuto di più le proprie miserie, e i loro peccati sembrano loro più gravi, vanno spesso senza osare alzare gli occhi, come il Pubblicano. Altre volte, con desideri di finire la vita, per trovarsi al sicuro, anche se poi tornano, per l’amore che gli portano, a voler vivere per servirlo, come già detto, e affidano tutto quello che le riguarda alla sua misericordia.
A volte le molte grazie le fanno andare più annientate, perché temono che, come una nave troppo carica che va a fondo, possa accadere lo stesso a loro.
Vi dico, sorelle, che non manca loro una croce, solo che non le inquieta, né fa loro perdere la pace, ma passano in fretta, come un’onda, alcune tempeste, e torna il sereno; perché la presenza del Signore che portano con sé fa sì che subito dimentichino tutto. Sia per sempre benedetto e lodato da tutte le sue creature, amen.