Veniamo dunque ora a trattare del divino e spirituale matrimonio, anche se questa grande grazia non deve compiersi con perfezione finché viviamo; perché, se ci allontanassimo da Dio, si perderebbe questo bene così grande.
La prima volta che Dio fa questa grazia, Sua Maestà vuole mostrarsi all’anima con visione immaginaria della sua sacratissima Umanità, perché lo capisca bene e non resti ignara di ricevere un dono così sovrano. Ad altre persone sarà in altra forma: a questa di cui parliamo, il Signore si rappresentò appena finito di fare la comunione, in forma di grande splendore, bellezza e maestà, come dopo essere risuscitato, e le disse che era ormai tempo che lei prendesse le cose di Lui come sue, e Lui si sarebbe preso cura delle sue; e altre parole che sono più da sentire che da dire.
Parrà che questo non fosse una novità, visto che altre volte il Signore si era rappresentato a quest’anima in questo modo: fu così diverso che la lasciò ben sconvolta e spaventata; sia perché questa visione venne con grande forza, sia per le parole che le disse, sia perché nell’interiore della sua anima, dove le si rappresentò, non aveva visto altre visioni, a parte quella passata.
Perché capite che c’è grandissima differenza tra tutte le precedenti e quella di questa mansione, e una differenza così grande tra lo sposalizio spirituale e il matrimonio spirituale, quanta ce n’è tra due fidanzati e due sposi che ormai non si possono più separare.
Ho già detto che, anche se si usano questi paragoni, perché non ce ne sono altri più adatti, si deve capire che qui non c’è memoria del corpo, ma come se l’anima non vi fosse dentro, bensì fosse puro spirito; e nel matrimonio spirituale ancora meno, perché questa unione segreta avviene nel centro più interiore dell’anima, che dev’essere dove sta lo stesso Dio; e mi pare non abbia bisogno di porta da cui entrare: dico che non c’è bisogno di porta, perché in tutto quello che si è detto finora pare che si passi per mezzo dei sensi e delle facoltà; e questa apparizione dell’Umanità del Signore doveva essere così; ma quello che accade nell’unione del matrimonio spirituale è molto diverso.
Il Signore appare in questo centro dell’anima senza visione immaginaria, ma intellettuale, anche se più delicata delle già dette, come apparve agli Apostoli, senza entrare dalla porta, quando disse loro: “Pax vobis”. È un segreto così grande, e una grazia così alta, quello che Dio comunica lì all’anima in un istante, e il diletto grandissimo che l’anima sente, che non so a cosa paragonarlo, se non al fatto che il Signore vuole manifestarle, per quel momento, la gloria che c’è in cielo, in un modo più alto di qualsiasi visione o gusto spirituale.
Non si può dire altro se non che, per quanto si può capire, l’anima, dico lo spirito di questa anima, resta fatta una cosa sola con Dio; il quale, essendo anch’Egli spirito, ha voluto mostrare l’amore che ci porta facendo capire ad alcune persone fin dove arrivi, perché lodiamo la sua grandezza; perché si è voluto unire alla creatura in modo tale che, come chi ormai non si può più separare, Lui non si vuole separare da lei.
Lo sposalizio spirituale è diverso, perché molte volte ci si separa; e anche l’unione lo è, perché, anche se unione significa congiungere due cose in una, alla fine si possono separare, e restare ciascuna per sé, come vediamo normalmente, che questa grazia del Signore passa in fretta, e poi l’anima resta senza quella compagnia, dico, in modo che lei stessa se ne accorga. In quest’altra grazia del Signore no, perché l’anima resta sempre con il suo Dio in quel centro.
Diciamo che l’unione sia come se due candele di cera si unissero così tanto che tutta la luce diventasse una sola, o che lo stoppino, la luce e la cera fossero tutt’uno; ma dopo si può ben separare una candela dall’altra, e restano due candele, o lo stoppino dalla cera. Qui invece è come se, cadendo acqua dal cielo in un fiume o in una fonte, dove resta fatta tutta acqua, non si potrà più dividere né separare quale sia l’acqua del fiume, e quale quella caduta dal cielo; o come se un piccolo ruscello entrasse nel mare, non ci sarebbe modo di separarlo più; o come se in una stanza ci fossero due finestre da cui entrasse una grande luce: anche se entra divisa, diventa tutta una sola luce.
Forse è questo che dice san Paolo: che chi si avvicina e si accosta a Dio, diventa spirito con Lui, alludendo a questo sovrano matrimonio, che presuppone che Sua Maestà si sia già accostata all’anima tramite l’unione. E dice anche: “Mihi vivere Christus est, mori lucrum”; così mi pare possa dire qui l’anima, perché è qui che la farfallina, come abbiamo detto, muore, e con grandissima gioia, perché la sua vita è ormai Cristo.
E questo si capisce meglio, col passare del tempo, dagli effetti; perché si capisce chiaramente, per certe segrete aspirazioni, che è Dio a dare vita alla nostra anima, molte volte così vivide, che non si può in nessun modo dubitarne, perché l’anima le sente molto bene, anche se non si sanno esprimere; ma è tale questo sentimento, che a volte produce certe parole deliziose che pare impossibile non dire: “Oh vita della mia vita, e sostentamento che mi sostenti!” E cose di questo genere.
Perché da quel seno divino, dove pare che Dio stia sempre sostentando l’anima, escono certi raggi di latte che confortano tutta la gente del Castello; pare che il Signore voglia che godano in qualche modo di quanto gode l’anima, e che da quel fiume in piena, in cui si è consumata questa piccola fonte, esca a volte qualche fiotto di quell’acqua, per sostentare quelli che, nel corporeo, devono servire questi due sposi.
E così come sentirebbe quest’acqua una persona che non se l’aspetta, se la bagnassero all’improvviso, e non potrebbe fare a meno di sentirla, allo stesso modo, e persino con più certezza, si capiscono queste operazioni di cui parlo; perché, così come non potrebbe arrivarci un grande getto d’acqua se non avesse una sorgente, come ho detto, così si capisce chiaramente che c’è, nell’interiore, chi scaglia queste frecce, e dà vita a questa vita; e che c’è un sole da cui procede una grande luce che si invia alle facoltà dell’interiore dell’anima.
Lei, come ho detto, non si sposta da quel centro, né perde la pace; perché lo stesso che la diede agli Apostoli quando erano riuniti, può darla anche a lei.
Mi sono ricordata che questo saluto del Signore doveva essere molto più di quanto suoni, e così anche il dire alla gloriosa Maddalena di andarsene in pace; perché, siccome le parole del Signore sono fatte come opere in noi, dovevano produrre un tale effetto in quelle anime, già disposte, da separare in loro tutto ciò che è corporeo nell’anima, e lasciarla in puro spirito, perché potesse unirsi, in questa unione celeste, con lo spirito increato; perché è ben certo che, svuotandoci noi di tutto ciò che è creatura, e disfacendoci di essa per amore di Dio, lo stesso Signore deve colmarla di Sé.
E così, una volta, pregando Gesù Cristo nostro Signore per i suoi Apostoli, non so dove sia scritto, disse che fossero una cosa sola col Padre e con Lui, come Gesù Cristo nostro Signore è nel Padre, e il Padre in Lui. Non so quale amore maggiore di questo ci possa essere! E in queste parole siamo compresi anche tutti noi, perché Sua Maestà disse così: “Non prego solo per loro, ma anche per tutti coloro che crederanno in me”; e dice: “Io sono in loro”.
Oh, Dio mi aiuti, che parole così vere, e come le capisce l’anima che in questa orazione lo vede da sé! E come lo capiremmo tutte, se non fosse per colpa nostra! Perché le parole di Gesù Cristo, nostro Re e Signore, non possono mancare; ma siccome manchiamo noi, nel non disporci e nel non allontanarci da tutto ciò che può ostacolare questa luce, non ci vediamo in questo specchio che contempliamo, dove la nostra immagine è scolpita.
Tornando dunque a quello che dicevamo: una volta che il Signore fa entrare l’anima in questa sua Dimora, che è il centro della stessa anima, così come si dice che il cielo Empireo, dove sta il nostro Signore, non si muove come gli altri, così pare che in quest’anima, entrando qui, non ci siano più quei movimenti che di solito ci sono nelle facoltà e nell’immaginazione, tali da danneggiarla o toglierle la pace.
Pare che io voglia dire che, una volta che l’anima arriva a ricevere questa grazia da Dio, sia sicura della propria salvezza, e di non cadere più? Non dico questo; e in tutti i punti in cui tratto in questo modo, dove pare che l’anima sia in sicurezza, si intenda: finché la divina Maestà la terrà così per mano, e lei non lo offenderà; almeno so per certo che, anche se si vede in questo stato, e le è durato per anni, non si tiene per sicura, ma va con molto più timore di prima nel guardarsi da qualsiasi piccola offesa a Dio, e con desideri così grandi di servirlo, come si dirà più avanti, e con pena e confusione costanti nel vedere quanto poco possa fare e quanto sia obbligata a fare, il che non è una piccola croce, ma una penitenza ben grande; perché per quest’anima, fare penitenza, quanto più è grande, tanto più le è un diletto.
La vera penitenza è quando Dio le toglie la salute, e le forze, per poterla fare; e anche se altrove ho detto la grande pena che questo dà, qui è molto maggiore, e tutto le deve venire dalla radice in cui è piantata; perché, così come l’albero che sta vicino alle correnti d’acqua resta più fresco e dà più frutto, cosa c’è da stupirsi dei desideri che ha quest’anima, visto che il suo vero spirito è fatto uno con quell’acqua celeste di cui abbiamo detto?
Tornando dunque a quello che dicevo: non si intenda che le facoltà, i sensi e le passioni siano sempre in questa pace; l’anima sì: ma in queste altre mansioni non mancano tempi di guerra, di travagli e di fatiche, anche se in modo tale da non toglierle la pace: questo è l’ordinario.
E poiché questo centro della nostra anima, o questo spirito, è cosa così difficile da dire, e persino da credere, penso, sorelle, che, per non saper farmi capire, non vi venga qualche tentazione di non credere quanto dico; perché dire che ci sono travagli e pene, e che l’anima resta in pace, è cosa difficile.
Voglio farvi un paragone, o due: voglia Dio che siano tali da dire qualcosa; ma se non lo fossero, io so di dire la verità in quanto ho detto. Il Re sta nel suo palazzo, e ci sono molte guerre nel suo regno, e molte cose penose, ma non per questo smette di stare al suo posto: così qui, anche se in queste altre mansioni ci sono molti tumulti e bestie velenose, e se ne sente il rumore, nessuno entra in quella centrale in modo da farla allontanare da lì, né le cose che sente, anche se le danno qualche pena, lo fanno in modo da turbarla e toglierle la pace; perché le passioni sono ormai vinte, al punto che hanno paura di entrare lì, perché ne escono ancora più sconfitte.
Ci duole tutto il corpo, ma se la testa sta bene, non per questo, perché duole il corpo, dorrà anche la testa. Mi sto ridendo di questi paragoni che non mi soddisfano, ma non ne conosco altri: pensate quello che volete, quello che ho detto è comunque la verità.