Vi parrà, sorelle, che si sia detto così tanto su questo cammino spirituale, che non sia possibile restasse nulla da dire. Sarebbe ben grande sciocchezza pensarlo: perché la grandezza di Dio non ha limite, e nemmeno lo avranno le sue opere. Chi riuscirà mai a finire di raccontare le sue misericordie e grandezze? È impossibile; e così non stupitevi di quanto è stato detto e si dirà, perché è solo un brevissimo compendio di quanto ci sarebbe da raccontare su Dio. Ci fa una grandissima misericordia nell’aver comunicato queste cose a una persona tramite cui possiamo arrivare a saperle; perché, quanto più sapremo che Egli si comunica con le creature, tanto più loderemo la sua grandezza.
Quando il nostro Signore è contento di avere pietà di quanto patisce e ha patito, per il desiderio di Lui, quest’anima (che Egli ha già spiritualmente preso per sposa), prima che si compia il matrimonio spirituale, la fa entrare nella sua Dimora, che è questa settima; perché, così come ne ha una in cielo, deve averne una nell’anima, dove solo Sua Maestà abita: diciamo un altro cielo. Perché ci importa molto, sorelle, non pensare che l’anima sia qualcosa di oscuro: dato che non la vediamo, il più delle volte deve sembrarci che non ci sia altra luce interiore se non questa che vediamo, e che dentro la nostra anima ci sia una qualche oscurità.
Di quella che non è in grazia, ve lo confesso, e non per mancanza del Sole di giustizia, che è in essa a darle l’essere, ma perché essa non è capace di ricevere la luce, come credo di aver detto nella prima mansione, a proposito di una persona che aveva capito che queste anime sventurate sono proprio come in una prigione oscura, legate mani e piedi, incapaci di fare alcun bene che giovi loro per meritare, e cieche e mute: con ragione possiamo avere compassione di loro, e ricordarci che un tempo anche noi ci siamo viste così, e che anche di loro il Signore può avere misericordia.
Prendiamoci, sorelle, la cura particolare di supplicarglielo, e non trascuriamolo, perché è grandissima elemosina pregare per quelli che sono in peccato mortale, molto più grande di quanto sarebbe se vedessimo un cristiano con le mani legate dietro la schiena con una catena robusta, e lui legato a un palo, morendo di fame, non per mancanza di cibo (perché ha accanto a sé pietanze molto raffinate), ma perché non può prenderle per portarsele alla bocca, e anzi ne ha grande repulsione, e vede che sta già per spirare, e non una morte come qui, ma eterna.
Non sarebbe una grande crudeltà starlo a guardare, senza portargli alla bocca da mangiare? E cosa dire se, con la vostra preghiera, gli togliessero le catene? Ora lo vedete. Per amore di Dio vi chiedo che abbiate sempre un pensiero, nelle vostre preghiere, per anime simili.
Non parliamo ora di loro, ma di quelle che già, per la misericordia di Dio, hanno fatto penitenza dei loro peccati e sono in grazia: di esse possiamo considerare non una cosa rinchiusa in un angolo e limitata, ma un mondo interiore, in cui trovano posto tante e così belle mansioni come avete visto; ed è giusto che sia così, perché dentro quest’anima c’è una dimora per Dio.
Ebbene, quando Sua Maestà è contenta di farle la grazia già detta di questo divino matrimonio, prima la fa entrare nella sua Dimora, e Sua Maestà vuole che non sia come le altre volte in cui l’ha introdotta in questi rapimenti (nei quali credo bene che la unisca a Sé anche allora, e nell’orazione di unione già descritta), anche se all’anima non pare di essere chiamata a entrare nel suo centro così pienamente come qui in questa Dimora, ma solo nella parte superiore.
Su questo conta poco: sia in un modo o nell’altro, il Signore la unisce a Sé; ma lo fa rendendola cieca e muta, come restò san Paolo nella sua conversione, togliendole la capacità di percepire come o in che modo avvenga quella grazia di cui gode; perché il grande diletto che l’anima sente allora è nel trovarsi vicina a Dio. Ma quando la unisce a Sé, non capisce nulla, perché tutte le facoltà si perdono.
Qui è diverso: il nostro buon Dio vuole ormai togliere le squame dagli occhi, e che veda e capisca qualcosa della grazia che le fa, anche se in un modo strano, una volta introdotta in quella Dimora, per visione intellettuale: con un certo modo di rappresentazione della verità, le si mostra la santissima Trinità, tutte e tre le persone, con un’infiammazione che prima viene al suo spirito, a modo di una nuvola di grandissima chiarezza, e queste persone distinte; e per una notizia ammirevole che le viene data, l’anima capisce con grandissima verità che tutte e tre le persone sono una sostanza, un potere, un sapere, e un solo Dio; di modo che quello che teniamo per fede, lì l’anima lo capisce, possiamo dire, per vista, anche se non è vista con gli occhi del corpo né dell’anima, perché non è visione immaginaria.
Qui tutte e tre le persone si comunicano a lei, e le parlano, e le fanno capire quelle parole che il Vangelo dice abbia detto il Signore, che sarebbero venuti Lui e il Padre e lo Spirito Santo ad abitare con l’anima che lo ama e osserva i suoi comandamenti.
Oh, Dio mi aiuti! Quanto è diverso sentire queste parole e crederle, dal capire in questo modo quanto siano vere! E ogni giorno quest’anima si stupisce di più, perché non le pare più che se ne siano mai andate via da lei, ma vede chiaramente, nel modo già detto, che sono nell’interiore della sua anima, nella parte più interiore di tutte, in qualcosa di molto profondo che non sa dire come sia, perché non ha studi; sente in sé questa divina compagnia.
Vi parrà che, per questo, non resti in sé, ma così assorta da non poter badare a nulla: invece molto di più di prima riesce a badare a tutto quello che è servizio di Dio, e quando le mancano le occupazioni, resta con quella piacevole compagnia; e se l’anima non manca a Dio, Dio non mancherà mai a lei, mi pare, nel farle conoscere così riconoscibilmente la sua presenza; e ha grande fiducia che Dio non la lascerà, avendole fatto questa grazia, perché la perda, ed è ragionevole pensarlo così; anche se non smette di andare con più cura che mai per non dispiacergli in nulla.
Si deve capire che portare con sé questa presenza non è così interamente, dico così chiaramente, come le si manifesta la prima volta, e altre poche volte in cui Dio vuole farle questo dono; perché se fosse sempre così, sarebbe impossibile badare ad altro, o persino vivere tra la gente; ma, anche se non è con questa luce così chiara, ogni volta che vi fa attenzione si ritrova con questa compagnia.
Diciamo ora: è come una persona che fosse in una stanza molto luminosa con altre persone, e chiudessero le finestre, e restasse al buio; non perché sia venuta meno la luce per vederle, e benché finché non torna la luce lei non le veda, non per questo smette di sapere che sono lì.
C’è da chiedersi: quando torna la luce, e vuole tornare a vederle, può farlo? Questo non sta nelle sue mani, se non quando il nostro Signore vuole che si apra la finestra dell’intelletto: le fa una grandissima misericordia nel non allontanarsi mai da lei, e nel voler che lei lo capisca così chiaramente.
Pare che la divina Maestà voglia qui disporre l’anima per qualcosa di più, con questa compagnia ammirevole; perché è chiaro che sarà ben aiutata ad andare avanti in tutto nella perfezione, e a perdere il timore che a volte portava con sé riguardo alle altre grazie che le faceva, come già detto.
E così fu che si trovava migliorata in tutto, e le pareva che, per quanti travagli e affari avesse, l’essenziale della sua anima non si muovesse mai da quella stanza, tanto che in qualche modo le pareva ci fosse una divisione nella sua anima; e andando tra grandi travagli, che ebbe poco dopo che Dio le fece questa grazia, se ne lamentava, un po’ come Marta quando si lamentò di Maria: a volte le diceva che stava sempre a godersi quella quiete a suo piacimento, lasciando lei in tanti travagli e occupazioni, che non poteva tenerle compagnia.
Questo vi parrà, figlie, una sciocchezza, ma davvero accade così, che (pur capendo che l’anima è tutta unita) non è immaginazione quello che ho detto, perché è cosa molto comune; per questo dicevo che si vedono cose interiori in modo tale che certo si capisce ci sia una differenza, in qualche modo, molto riconoscibile tra l’anima e lo spirito, anche se in fondo è tutt’uno.
Si riconosce una divisione così delicata, che a volte pare che l’uno operi in modo diverso dall’altro, a seconda del sapore che il Signore vuole dare loro. Mi pare anche che l’anima sia cosa diversa dalle facoltà, e che non sia tutta una cosa sola: ce ne sono tante, e così delicate, nell’interiore, che sarebbe audacia mettermi io a spiegarle: lo vedremo lì, se il Signore ci farà la grazia di condurci, per sua misericordia, dove capiremo questi segreti.