Il castello interiore, Teresa d'Ávila

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Seste mansioni

Capitolo 23

Saranno forse bastate tutte queste grazie che lo Sposo ha fatto all’anima, perché la colombina o farfallina sia soddisfatta (non pensate che l’abbia dimenticata) e trovi un posto dove stabilirsi fino a morire? Certo che no, anzi sta molto peggio: anche se sono già molti anni che riceve questi favori, geme sempre e va in giro in lacrime; perché da ciascuno di essi le resta un dolore maggiore.

La ragione è che, man mano che conosce sempre di più le grandezze del suo Dio, e si vede così assente e lontana dal poterne godere, il desiderio cresce molto di più; perché cresce anche l’amore, quanto più le si rivela quanto meriti di essere amato questo grande Dio e Signore; e in questi anni questo desiderio viene crescendo poco a poco, fino a portarla a una pena grande come dirò ora.

Ho detto “anni”, conformandomi a quanto è accaduto alla persona di cui ho già parlato qui; perché capisco bene che a Dio non si può porre un limite, e che in un momento può portare un’anima al punto più alto di cui qui si parla: Sua Maestà è potente per tutto quello che vorrà fare, ed è desideroso di fare molto per noi.

Ebbene, arrivano volte in cui queste ansie, lacrime, sospiri e i grandi impeti già detti (che tutto questo pare procedere dal nostro amore, con grande sentimento, ma tutto questo non è nulla in confronto a quest’altra cosa, perché sembra un fuoco che sta solo fumando, e si può sopportare, anche se con pena), mentre quest’anima va così, bruciando in sé stessa, capita molte volte che, per un pensiero molto leggero, o per una parola che sente, sul ritardare del morire, arrivi da un’altra parte (non si capisce da dove né come) un colpo, o come se arrivasse una freccia di fuoco.

Non dico che sia una freccia, ma qualsiasi cosa sia, si vede chiaramente che non poteva procedere dalla nostra natura. Non è nemmeno un colpo, anche se dico colpo, ma ferisce acutamente; e non è dove qui si sentono le pene, mi pare, ma nel più profondo e intimo dell’anima, dove questo fulmine, che passa in fretta, tutto quanto trova lì della nostra natura terrena lo lascia ridotto in polvere, tanto che per il tempo che dura è impossibile avere memoria di qualcosa del nostro essere; perché in un istante lega le facoltà in modo tale, che non restano con alcuna libertà per nulla, se non per ciò che deve far crescere questo dolore. Non vorrei che paresse un’esagerazione, perché davvero mi accorgo di restare corta, perché non si può dire.

È un rapimento dei sensi e delle facoltà, per tutto ciò che non sia, come ho detto, aiutare a sentire questa afflizione. Perché l’intelletto resta molto vivo, per capire la ragione che c’è di sentire quell’anima assente da Dio; e Sua Maestà aiuta con una notizia di sé così viva, in quel momento, che fa crescere la pena a tal punto, che chi la prova ne è spinto a lanciare grandi grida.

Pur essendo una persona paziente, abituata a sopportare grandi dolori, allora non può fare altro; perché questo sentimento non è nel corpo, come ho già detto, ma nell’interiore dell’anima. Da questo trasse questa persona che i sentimenti dell’anima sono molto più duri di quelli del corpo, e le si rappresentò che dev’essere così per quelli che patiscono in purgatorio, a cui il non avere un corpo non impedisce di patire molto di più di quanti qui, avendolo, patiscono.

Io vidi una persona così, e pensai davvero che stesse morendo, e non c’era da stupirsi, perché è certo un grande pericolo di morte; e così, anche se dura poco, lascia il corpo molto slogato, e in quel momento il polso è così debole, come se l’anima volesse già consegnarsi a Dio, cosa che non è un’esagerazione; perché le viene a mancare il calore naturale, e la brucia in modo tale che con un altro pochino di più Dio le avrebbe compiuto i desideri; non perché senta poco o molto dolore nel corpo, anche se si slogano le giunture, come ho detto, tanto che resta per due o tre giorni dopo senza avere ancora la forza di scrivere, e con grandi dolori; e mi pare sempre che le resti il corpo più indebolito di prima.

Il non sentirlo dev’essere dovuto al fatto che il sentimento interiore dell’anima è così maggiore, che non fa alcun caso del corpo; come se qui avessimo un dolore molto acuto in una parte, che, anche se ce ne fossero molti altri, si sentirebbero poco. Questo l’ho ben provato io stessa: qui non sentirei né poco né molto, non credo sentirei nulla neanche se mi facessero a pezzi.

Mi direte che è un’imperfezione; perché non si conforma alla volontà di Dio, visto che gli è così arresa? Fino a qui poteva farlo, e con questo passava la vita: ora no, perché la sua ragione è in uno stato tale da non esserne più padrona, né di pensare ad altro che alla ragione che ha di soffrire; perché, essendo assente dal suo bene, a cosa vuole la vita?

Sente una strana solitudine, perché nessuna creatura di tutta la terra le fa compagnia, né credo gliela farebbero quelli del cielo, se non fosse Colui che ama; anzi tutto la tormenta; ma si vede come una persona sospesa, che non si posa su nulla della terra, né può salire al cielo. Bruciata da questa sete, e non può arrivare all’acqua; e non è sete che si possa sopportare, se non ormai a tal punto che nessun’acqua gliela toglierebbe, né vuole che le si tolga, se non con quella di cui parlò il nostro Signore alla Samaritana, e quella non le viene data.

Oh, Dio mi aiuti, Signore, come stringete chi vi ama! Ma tutto è poco, per quello che date loro dopo. È giusto che tanto costi tanto; tanto più che, se serve a purificare quest’anima perché entri nella settima mansione (come chi deve entrare in cielo si purifica in purgatorio), questo patire è poco quanto sarebbe una goccia d’acqua nel mare: tanto più che, con tutto questo tormento e afflizione, che non può essere maggiore, credo io, di tutte quelle che ci sono sulla terra (e questa persona ne aveva passate molte, sia corporali che spirituali), tutto le pare nulla in questo confronto.

L’anima sente che questa pena è di un prezzo tale, che capisce molto bene di non averla potuta meritare; ma questo sentimento non trova sollievo in nulla: eppure, con questo, lo sopporta molto volentieri, e lo sopporterebbe tutta la vita, se Dio fosse servito di questo; anche se non sarebbe morire una volta sola, ma stare sempre morendo, cosa che davvero non è meno.

Consideriamo dunque, sorelle, quelli che sono nell’inferno, che non hanno questa conformità, né questo contento e gusto che Dio mette nell’anima, né vedono questo patire come vantaggioso, ma patiscono sempre di più (dico di più quanto alle pene accidentali), essendo il tormento dell’anima molto più duro di quello del corpo, e quello che essi patiscono senza paragone maggiore di quello che qui abbiamo detto; e questi, nel vedere che dovrà essere così per sempre, cosa sarà di queste anime sventurate?

E cosa possiamo fare, in una vita così breve, o cosa possiamo patire, che sia qualcosa per liberarci da tormenti così terribili ed eterni? Vi dico che sarà impossibile far capire quanto sia sensibile cosa il patire dell’anima, e quanto diverso da quello del corpo, se non lo si vive; e lo stesso Signore vuole che lo capiamo, perché conosciamo di più quanto gli dobbiamo per averci portato a uno stato in cui, per sua misericordia, abbiamo speranza che ci libererà e perdonerà i nostri peccati.

Tornando dunque a quello di cui trattavamo (avevamo lasciato quest’anima con molta pena): in questo rigore dura poco, sarà al massimo tre o quattro ore, mi pare, perché se durasse più a lungo, se non fosse per un miracolo, sarebbe impossibile che la debolezza naturale lo sopportasse.

È capitato che non durasse più di un quarto d’ora, e che la lasciasse fatta a pezzi: è vero che quella volta perse del tutto i sensi, tanto arrivò con forza, mentre era in conversazione, l’ultimo giorno di Pasqua, dopo aver passato tutta la Pasqua con tanta aridità da capire a stento che lo fosse, solo per aver sentito una parola sul non finire la vita.

Pensare che ci si possa resistere, poi, non è più possibile che se, messi in un fuoco, si volesse far sì che la fiamma non avesse calore per bruciare. Non è un sentimento che si possa nascondere, senza che chi è presente capisca il grande pericolo in cui si trova, anche se dell’interiore non possono essere testimoni. È vero che le fanno un po’ di compagnia, come se fossero ombre: e così le paiono tutte le cose della terra.

E perché vediate che è possibile, se mai vi trovaste in questo, che intervenga qui anche la nostra debolezza e natura: capita a volte che, mentre l’anima, come avete visto, muore dal desiderio di morire, quando stringe così tanto che pare non manchi quasi nulla perché esca dal corpo, davvero abbia paura, e vorrebbe che si allentasse la pena, per non finire di morire.

Si capisce bene che questo timore viene dalla debolezza naturale, perché d’altra parte non le viene meno il desiderio, né è possibile che ci sia rimedio che tolga questa pena, finché non la toglie lo stesso Signore, cosa che è quasi sempre con un grande rapimento, o con qualche visione, in cui il vero Consolatore la consola e la fortifica, perché voglia vivere per tutto il tempo che sarà sua volontà.

Cosa penosa è questa, ma l’anima ne resta con grandissimi effetti, e perso il timore dei travagli che potrebbero capitarle; perché, in confronto al sentimento così penoso che provò la sua anima, non le paiono nulla. Tanto che ne resta avvantaggiata, e le piacerebbe patirlo molte volte; ma nemmeno questo può in alcun modo, né c’è alcun rimedio per tornare ad averlo, finché non lo vuole il Signore, così come non ce n’è per resistergli, né per toglierlo quando viene.

Ne resta con un disprezzo del mondo molto maggiore di prima, perché vede che nulla di esso le è servito in quel tormento; e molto più distaccata dalle creature, perché vede ormai che solo il Creatore può consolare e saziare la sua anima; e con maggior timore e cura di non offenderlo, perché vede che può tanto tormentare quanto consolare.

Mi paiono due le cose, in questo cammino spirituale, che sono pericolo di morte. Una è questa: che davvero lo è, e non piccolo; l’altra è di una gioia e un diletto così eccessivi, in un estremo così grande, che davvero pare che l’anima venga meno, in modo tale che le manchi pochissimo per finire di uscire dal corpo del tutto: e in verità non sarebbe poca fortuna la sua.

Qui vedrete, sorelle, se ho avuto ragione nel dire che ci vuole coraggio, e che il Signore avrà ragione, quando gli chiederete queste cose, nel dirvi quello che rispose ai figli di Zebedeo: se avrebbero potuto bere il calice.

Tutte credo, sorelle, che risponderemmo di sì; e con molta ragione, perché Sua Maestà dà forza a chi vede che ne ha bisogno, e in tutto difende queste anime, e risponde per loro nelle persecuzioni e nelle mormorazioni, come faceva per la Maddalena: anche se non a parole, con le opere; e alla fine, alla fine, prima che muoiano ripaga loro tutto insieme, come ora vedrete. Sia per sempre benedetto, e lo lodino tutte le creature. Amen.

Traduzione italiana di Meditanimus, condotta direttamente sul testo spagnolo originale, di pubblico dominio. Fonti e crediti.

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