Vi parrà che sia già detto tutto quello che c’è da vedere in questa mansione, e invece manca molto, perché, come ho detto, c’è più e meno. Quanto a quello che è unione, non credo saprò dire di più. Ma quando l’anima a cui Dio fa queste grazie si dispone, ci sono molte cose da dire su quello che il Signore opera in lei: ne dirò alcune, e dirò anche in che stato ne resta l’anima.
Per farlo capire meglio, voglio servirmi di un paragone che è buono per questo scopo; e anche perché vediamo come, pur non potendo noi fare nulla in quest’opera che compie il Signore, possiamo però fare molto, disponendoci, perché Sua Maestà ci faccia questa grazia.
Avrete già sentito le sue meraviglie su come si alleva la seta (che solo Lui può fare un’invenzione simile) e come da un seme, che è come piccoli grani di pepe (io non l’ho mai visto, solo sentito dire; perciò se qualcosa risultasse storto, la colpa non è mia), col calore, appena cominciano le foglie sui gelsi, questo seme comincia a vivere, perché finché non c’è questo nutrimento di cui si sostenta resta morto; e con le foglie di gelso si allevano, finché, diventati grandi, mettono loro dei ramoscelli, e lì, con le boccucce, cominciano da soli a filare la seta, e fanno dei bozzoli molto stretti, dentro cui si rinchiudono, e finisce questo baco, che è grande e brutto, ed esce dallo stesso bozzolo una farfallina bianca, molto graziosa.
Ma se questo non lo vedessimo, e ce lo raccontassero solo di altri tempi, chi potrebbe crederlo? E con quali ragioni potremmo dedurre che una cosa così priva di ragione come un baco, o un’ape, siano così diligenti nel lavorare per nostro vantaggio, e con tanta industria, e il povero bachino perda la vita in quest’impresa? Per un momento di meditazione basta questo, sorelle, anche se non vi dico altro, perché in questo potete considerare le meraviglie e la sapienza del nostro Dio. E cosa sarebbe se conoscessimo la natura di tutte le cose? È di grande profitto occuparci a pensare a queste grandezze, e dilettarci di essere spose di un Re così saggio e potente.
Torniamo a quello che dicevo. Questo baco comincia ad avere vita quando, col calore dello Spirito Santo, comincia ad approfittare dell’aiuto generale che Dio dà a tutti noi, e quando comincia ad approfittare dei rimedi che ha lasciato nella sua Chiesa, sia continuando le confessioni, sia con buone letture e sermoni: è il rimedio che può avere un’anima che è morta nella sua trascuratezza e nei suoi peccati, e immersa nelle occasioni di peccare. Allora comincia a vivere, e va sostenendosi con questo e con buone meditazioni, finché non è cresciuta, che è quello che mi importa qui, perché il resto poco conta.
Dunque, cresciuto questo baco (che è quanto ho già scritto all’inizio su questo) comincia a lavorare la seta e a costruire la casa dove deve morire. Questa casa, vorrei far capire qui, è Cristo. Mi pare di aver letto o sentito, in qualche parte, che la nostra vita è nascosta in Cristo, o in Dio, che è tutt’uno; o che la nostra vita è Cristo. Che sia così o no, poco importa per quello che voglio dire.
Ecco qui, figlie, cosa possiamo fare con l’aiuto di Dio: che Sua Maestà stesso sia la nostra dimora, come lo è in questa orazione di unione, costruendola noi stesse. Sembra che io voglia dire che possiamo togliere e mettere in Dio, visto che dico che Lui è la dimora, e che possiamo noi costruirla per entrarci. Eppure possiamo sì, non togliere o mettere in Dio, ma togliere da noi stesse, e mettere come fanno questi piccoli bachi: non avremo finito di fare in questo tutto quello che possiamo, quando questo nostro piccolo lavoro, che non è nulla, Dio lo unisce alla sua grandezza, e gli dà un valore così grande che lo stesso Signore diventa il premio di quest’opera. E così come è stato Lui a sostenerne la spesa maggiore, così vuole unire i nostri piccoli lavori a quelli grandi che Sua Maestà ha patito, affinché tutto diventi una cosa sola.
Su dunque, figlie mie, affrettiamoci a fare questo lavoro e a tessere questo bozzolo, togliendo il nostro amor proprio e la nostra volontà, lo stare attaccate a qualsiasi cosa della terra, mettendo in atto opere di penitenza, orazione, mortificazione, obbedienza, e tutto il resto che sapete: magari operassimo come sappiamo e come ci è stato insegnato di dover fare! Muoia, muoia questo baco, come fa quando finisce di compiere ciò per cui fu creato, e vedrete come vediamo Dio, e ci vediamo così immerse nella sua grandezza, come lo è questo piccolo baco in questo bozzolo. Guardate che dico “vedere Dio” nel senso in cui ho già detto che si lascia sentire in questa maniera di unione.
Vediamo dunque cosa succede a questo baco, perché è per questo che ho detto tutto il resto: quando è in questa orazione, ben morto al mondo, esce una farfallina bianca. Oh grandezza di Dio, e come esce un’anima da qui, dall’essere stata un pochino immersa nella grandezza di Dio, e così unita a Lui, che a mio parere non arriva mai a mezz’ora! Vi dico davvero che la stessa anima non si riconosce; perché guardate la differenza che c’è tra un baco brutto e una farfallina bianca: la stessa c’è qui.
Non sa da dove abbia potuto meritare un bene così grande; da dove le sia potuto venire, volevo dire, perché sa bene che non lo merita: si trova con un desiderio di lodare il Signore, che vorrebbe disfarsi, e morire per Lui mille morti. Subito comincia ad avere il desiderio di soffrire grandi travagli, senza poter fare altro. I desideri di penitenza grandissimi, quello di solitudine, quello che tutti conoscessero Dio; e da qui le viene una grande pena nel vedere che è offeso.
E anche se nella mansione che viene se ne tratterà più in particolare, perché, pur essendo quasi la stessa cosa quello che c’è in questa mansione e in quella successiva, è molto diversa la forza degli effetti; perché, come ho detto, se dopo che Dio arriva a un’anima qui, essa si sforza di andare avanti, vedrà grandi cose.
Oh, vedere l’inquietudine di questa farfallina, lei che non è mai stata così quieta e tranquilla in vita sua! È cosa da lodare Dio, perché non sa dove posarsi e fare il suo nido: avendo avuto un tale riposo, tutto quello che vede sulla terra la scontenta, specialmente quando sono molte le volte che Dio le dà di questo vino, perché quasi ogni volta ne resta con nuovi guadagni.
Non tiene più in alcun conto le opere che faceva da baco, che era tessere il bozzolo poco a poco: le sono nate le ali, come potrebbe accontentarsi, potendo volare, di andare passo passo? Tutto le sembra poco, quanto può fare per Dio, secondo quanto sono grandi i suoi desideri. Non tiene in gran conto quello che patirono i santi, capendo ormai per esperienza come il Signore aiuta e trasforma un’anima, che non sembra più lei, né la sua forma; perché la debolezza che prima le pareva di avere per fare penitenza, ormai la trova forte: il legame con i parenti, gli amici o i beni, per cui prima non le bastavano atti, né propositi, né il volersi staccare, perché allora le pareva di sentirsi più legata; ora si vede in modo tale che le pesa essere obbligata a fare quello che è necessario per non andare contro Dio. Tutto la stanca, perché ha sperimentato che il vero riposo non glielo possono dare le creature.
Mi pare di dilungarmi, e molto di più potrei dire, e a chi Dio avrà fatto questa grazia vedrà che resto corta; e così non c’è da stupirsi che questa farfallina cerchi di nuovo un posto dove stare, trovandosi così nuova rispetto alle cose della terra. Dove andrà, la poverina? Perché tornare da dove è uscita non può, dato che, come ho detto, non sta nelle nostre mani, per quanto facciamo, finché Dio non è servito di farci di nuovo questa grazia.
Oh Signore, che nuovi travagli cominciano per quest’anima! Chi avrebbe detto una cosa simile, dopo una grazia così alta? Insomma, in un modo o nell’altro, finché viviamo ci dev’essere una croce. E chi dicesse che, dopo essere arrivata qui, resta sempre nel riposo e nel conforto, direi io che non ci è mai arrivata, ma che forse fu solo un gusto (se entrò nella mansione precedente), aiutato dalla debolezza naturale, e forse anche dal demonio, che dà pace per poi fare una guerra molto più grande.
Non voglio dire che non abbiano pace quelle che arrivano qui, perché sì, ne hanno, e molto grande, perché gli stessi travagli sono di tanto valore e di così buona radice che, per quanto siano grandi, da essi stessi esce la pace e il contento. Dallo stesso scontento che danno le cose del mondo nasce un desiderio di uscirne, così penoso che, se ha qualche sollievo, è pensare che Dio vuole che viva in questo esilio; e nemmeno questo basta, perché l’anima, con tutti questi guadagni, non è ancora così arresa alla volontà di Dio come si vedrà più avanti: anche se non manca di conformarsi, lo fa con un grande travaglio, perché non può fare di più, non essendole stato dato di più, e con molte lacrime: ogni volta che fa orazione, questa è in qualche modo la sua pena.
Forse viene dalla pena grandissima che le dà il vedere che Dio è offeso, e poco stimato in questo mondo, e dalle molte anime che si perdono, sia di eretici che di mori; anche se quelle che più la feriscono sono quelle dei cristiani: perché, pur vedendo che è grande la misericordia di Dio, per cui per quanto male vivano si possono emendare e salvare, teme che molti si condannino.
Oh grandezza di Dio, quanto pochi anni prima (e forse pochi giorni) questa stessa anima non si ricordava che di se stessa! Chi l’ha messa in pensieri così penosi? Perché anche se volessimo avere molti anni di meditazione, non potremmo sentire in modo così penoso come lo sente ora quest’anima.
Dio mi aiuti: se per molti giorni e anni io mi sforzassi di esercitarmi nel gran male che è offendere Dio, e pensare che questi che si condannano sono suoi figli e miei fratelli, e nei pericoli in cui viviamo, e quanto ci converrebbe uscire da questa misera vita, non basterebbe: no, figlie, la pena che si sente qui non è come quelle di laggiù, perché quelle potremmo ben averle, con l’aiuto del Signore, pensandoci molto, ma non arrivano all’intimo delle viscere come qui, dove sembra che sgretoli un’anima e la macini, senza che lei lo cerchi, e a volte persino senza volerlo.
Ma cos’è questo? Da dove viene? Ve lo dirò io. Non avete sentito (l’ho già detto qui un’altra volta, anche se non a questo proposito) della Sposa, che Dio condusse nella cantina del vino, e vi ordinò la carità? Ebbene, è questo: che quell’anima ormai si consegna nelle sue mani, e il grande amore la tiene così arresa, che non sa né vuole altro se non che Dio faccia di lei quello che vuole.
Dio infatti (per quanto penso io) non farà mai questa grazia, se non a un’anima che ormai Egli prende ben per propria: vuole che, senza che lei capisca come, esca di lì sigillata col suo sigillo; perché davvero l’anima lì non fa altro che la cera quando un altro vi imprime il sigillo, che la cera non se lo imprime da sé: è solo disposta, dico morbida, e nemmeno per questa disposizione si ammorbidisce da sola, ma sta quieta e lo consente.
Oh bontà di Dio, che tutto dev’essere a vostre spese! Volete solo la nostra volontà, e che non ci sia impedimento nella cera. Ecco qui, sorelle, quello che il nostro Dio fa qui: perché quest’anima ormai si riconosca come sua, le dà di quello che ha, che è quanto ebbe suo Figlio in questa vita: non ci può fare grazia maggiore. Chi dovrebbe desiderare di più uscire da questa vita?
E così lo disse Sua Maestà nell’Ultima Cena: “Con desiderio ho desiderato”. Ma come, Signore, non vi si mise davanti la morte faticosa che dovevate morire, così penosa e spaventosa? No, perché il grande amore che ho, e il desiderio che si salvino le anime, supera senza paragone quelle pene; e quelle grandissime che ho patito e patisco, da quando sono nel mondo, bastano a far sì che quelle non contino nulla al paragone.
È così che molte volte ho considerato questo, e sapendo io il tormento che passa e ha passato una certa anima che conosco, nel vedere offendere il nostro Signore, così insopportabile, che vorrebbe molto più morire che soffrirlo; e pensando che, se un’anima con una carità così piccola, paragonata a quella di Cristo (che si può dire quasi nulla in questo paragone), sentiva questo tormento così insopportabile, cosa doveva essere il sentimento di nostro Signore Gesù Cristo, e che vita doveva passare, dato che tutte le cose gli erano presenti, e vedeva sempre le grandi offese che si facevano a suo Padre?
Senza dubbio credo io che fossero molto maggiori di quelle della sua santissima Passione; perché allora già vedeva la fine di questi travagli, e con questo, e con la gioia di vedere il nostro rimedio nella sua morte, e di mostrare l’amore che aveva per suo Padre nel patire tanto per Lui, moderava i dolori, come accade qui a chi, per forza d’amore, fa grandi penitenze, che quasi non le sente, anzi vorrebbe farne sempre di più, e tutto gli sembra poco.
Cosa sarebbe dunque per Sua Maestà, trovandosi in un’occasione così grande per mostrare a suo Padre quanto pienamente adempiva l’obbedienza, e con l’amore del prossimo? Oh grande diletto, soffrire nel fare la volontà di Dio!
Ma nel vedere così continuamente tante offese fatte a Sua Maestà, e tante anime andare all’inferno, lo ritengo cosa così dura, che credo (se non fosse stato altro che uomo) un solo giorno di quella pena sarebbe bastato a finire molte vite, tanto più una sola.