Il castello interiore, Teresa d'Ávila

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Seste mansioni

Capitolo 14

Altri travagli che danno i demoni, esteriori, non devono essere così ordinari, e così non c’è bisogno di parlarne, né sono così penosi, neanche lontanamente; perché, per quanto facciano, non arrivano a rendere inabili le facoltà in questo modo, mi pare, né a turbare l’anima in questa maniera: resta infatti l’uso della ragione, per pensare che non possono fare più di quanto il Signore dia loro licenza di fare; e quando questo non è perduto, tutto è poco, in confronto a quanto ho già detto.

Altre pene interiori andremo dicendo in questa mansione, trattando le differenze dell’orazione e delle grazie del Signore; anche se alcune sono ancora più dure nel patire di quanto ho detto, come si vedrà da come lasciano il corpo, non meritano il nome di travagli, né è giusto che glielo diamo, essendo grazie così grandi del Signore, e perché proprio in mezzo a esse l’anima capisce che lo sono, e ben al di là dei propri meriti.

Questa grande pena arriva ormai per entrare nella settima mansione, insieme a parecchie altre, di cui ne dirò alcune, perché sarebbe impossibile dirle tutte, e nemmeno spiegare come sono fatte; perché vengono da un’altra stirpe rispetto a quelle già dette, molto più alta; e se con quelle, pur essendo di rango più basso, non sono riuscita a spiegare più di quanto ho detto, tanto meno potrò con queste. Il Signore dia il suo favore per tutto, per i meriti di suo Figlio. Amen.

Pare che abbiamo lasciato molto da parte la colombina, e invece no; perché questi travagli sono proprio quelli che le fanno avere un volo più alto. Cominciamo dunque ora a trattare del modo in cui si comporta con lei lo Sposo; e come, prima di esserlo del tutto, gliela fa ben desiderare, con mezzi così delicati che la stessa anima non li capisce, né io credo riuscirò a dirli in modo che si capiscano, se non da chi ci è passata; perché sono impulsi così delicati e sottili, che procedono dal più interiore dell’anima, che non so trovare un paragone che calzi.

È ben diverso da tutto quello che qui possiamo procurarci noi, e anche dai gusti di cui ho detto; perché molte volte, mentre la stessa persona è distratta, senza avere il pensiero rivolto a Dio, Sua Maestà la risveglia, a modo di una cometa che passa in fretta, o un tuono, anche se non si sente alcun rumore; ma l’anima capisce molto bene di essere stata chiamata da Dio; e lo capisce così bene, che a volte, specialmente all’inizio, la fa tremare e persino lamentarsi, senza che sia qualcosa che le faccia male.

Sente di essere ferita in modo dolcissimo, ma non riesce a capire come, né chi l’abbia ferita: eppure sa bene che è cosa preziosa, e non vorrebbe mai guarire da quella ferita. Si lamenta con parole d’amore, anche esteriori, senza poter fare altro verso il suo Sposo, perché capisce che è presente, ma Lui non vuole manifestarsi in modo da lasciarla goderne, ed è una pena ben grande, anche se deliziosa e dolce; e anche se volesse non averla, non potrebbe; ma questo non lo vorrebbe mai.

Le dà molta più soddisfazione di quell’assorbimento delizioso, privo di pena, dell’orazione di quiete. Mi sto consumando, sorelle, nel cercare di farvi capire questa operazione d’amore, e non so come, perché pare una cosa contraddittoria: far capire chiaramente che l’Amato è con l’anima, e insieme sembrare che la chiami con un segno così certo che non si può dubitarne, e un fischio così penetrante da capirlo l’anima, che non può fare a meno di sentirlo; perché pare proprio che, quando lo Sposo, che sta nella settima mansione, parla in questo modo, che non è un parlare formato, tutta la gente che sta nelle altre mansioni non osi muoversi, né i sensi, né l’immaginazione, né le facoltà.

Oh, mio Dio potente, come sono grandi i vostri segreti, e come sono diverse le cose dello spirito rispetto a tutto quello che qui si può vedere o capire, se con nulla si può spiegare questo, così piccolo, per le cose grandissime che operate con le anime! Opera in lei un effetto così grande, che si va consumando di desiderio, e non sa cosa chiedere, perché le pare chiaramente che il suo Dio sia con lei.

Mi direte dunque: se capisce questo, cosa desidera, o cosa le dà pena? Quale bene maggiore vuole? Non lo so: so che questa pena pare arrivarle fin nelle viscere, e che, quando chi la ferisce ne estrae la freccia, davvero pare che se le porti via con sé, tanto è il sentimento d’amore che prova.

Stavo pensando proprio ora se potesse essere che da questo fuoco del braciere acceso, che è il mio Dio, saltasse qualche scintilla e colpisse l’anima, in modo che si lasciasse sentire quel fuoco acceso, e, non essendo ancora sufficiente a bruciarla, ed essendo esso così delizioso, resti con quella pena, e al toccarla produca quell’effetto; e mi pare sia il miglior paragone che sono riuscita a trovare; perché questo dolore delizioso, che poi non è dolore, non resta costante: anche se a volte dura a lungo, altre volte finisce in fretta, come il Signore vuole comunicarlo, perché non è cosa che si possa procurare con alcuna via umana; ma anche se a volte dura un po’, va via e torna.

Insomma, non resta mai fermo, e perciò non arriva mai a bruciare del tutto l’anima; anzi, proprio mentre sta per accendersi, la scintilla si spegne, e lei resta con il desiderio di tornare a patire quel dolore amoroso che le causa.

Qui non c’è da pensare se sia cosa mossa dalla natura stessa, né causata da malinconia, né tantomeno inganno del demonio, né se sia immaginazione; perché è cosa che si lascia capire molto bene essere un movimento proveniente da dove sta il Signore, che è immutabile; e le sue operazioni non sono come quelle di altre devozioni, nelle quali il molto assorbimento del gusto ci può far dubitare.

Qui tutti i sensi e le facoltà restano senza alcun assorbimento, a guardare cosa possa essere, senza ostacolare nulla, né poter accrescere quella pena deliziosa, né toglierla, mi pare.

A chi il nostro Signore farà questa grazia (che se gliel’ha fatta, leggendo questo lo capirà), renda a Lui moltissime grazie, perché non deve temere che sia un inganno: tema molto, piuttosto, di essere ingrata a una grazia così grande, e procuri di sforzarsi a servire e a migliorare in tutta la sua vita, e vedrà dove va a parare, e come riceverà sempre di più.

A una persona che ebbe questa grazia, durò per alcuni anni, e con quella sola grazia era così soddisfatta, che se avesse servito il Signore per moltissimi anni con grandi travagli, si sarebbe sentita ben ripagata da essa sola. Sia benedetto per sempre, amen.

Potrà essere che vi chiediate perché in questo, più che in altre cose, ci sia sicurezza, a mio parere per queste ragioni. La prima, perché il demonio non può mai dare una pena deliziosa come questa: potrà dare il sapore e il diletto che sembri spirituale, ma unire pena, e tanta, con quiete e gusto dell’anima, non è nelle sue facoltà; perché tutti i suoi poteri agiscono dal di fuori; e le sue pene (quando le dà) non sono mai, mi pare, deliziose né in pace, ma inquiete e in lotta.

La seconda, perché questa tempesta deliziosa viene da un’altra regione rispetto a quelle su cui lui può avere potere. La terza, per i grandi profitti che restano nell’anima, che più comunemente sono: decidersi a soffrire per Dio, desiderare di avere molti travagli, e restare molto più decisa ad allontanarsi dai contenti e dalle conversazioni della terra, e altre cose simili.

Che non sia immaginazione è molto chiaro; perché, anche se un’altra volta lo cercasse, non potrebbe contraffare quello; ed è cosa così evidente, che in nessun modo si può immaginare (dico sembrare che sia, senza esserlo), né dubitare che sia reale; e se restasse qualche dubbio, si sappia che questi non sono veri impeti: dico, se si dubitasse di averli avuti o no; perché si fa sentire così come si sente agli orecchi una gran voce.

Che sia malinconia poi non ha alcun senso, perché la malinconia fabbrica le sue fantasie solo nell’immaginazione: quest’altra cosa procede dall’interiore dell’anima. Può darsi che io mi inganni, ma finché non sentirò altre ragioni da chi ne capisca, resterò sempre di questa opinione; e così so di una persona ben piena di timore di questi inganni, che di questa orazione non ha mai potuto avere paura.

Il nostro Signore suole anche avere altri modi di risvegliare l’anima: che all’improvviso, mentre si sta pregando vocalmente, senza badare a nulla di interiore, pare arrivi un’infiammazione deliziosa, come se d’un tratto arrivasse un profumo così grande da diffondersi per tutti i sensi. Non dico che sia un profumo, ma faccio questo paragone, o qualcosa di simile, solo per far sentire che lì c’è lo Sposo: muove un desiderio delizioso che l’anima ha di goderne, e con questo resta disposta a compiere grandi atti e lodi verso il nostro Signore.

La sua origine, come grazia, è la stessa di quanto ho già detto, ma qui non c’è nulla che dia pena, né gli stessi desideri di godere di Dio sono penosi: questo è più comunemente ciò che l’anima sente. Nemmeno mi pare che qui ci sia nulla da temere, per alcune delle ragioni già dette, ma solo da procurare di accogliere questa grazia, con un rendimento di grazie.

Traduzione italiana di Meditanimus, condotta direttamente sul testo spagnolo originale, di pubblico dominio. Fonti e crediti.

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