Il castello interiore, Teresa d'Ávila

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Seste mansioni

Capitolo 18

Da queste grazie così grandi resta l’anima così desiderosa di godere del tutto Colui che gliele fa, che vive in un tormento ben grande, anche se delizioso: ansie grandissime di morire, e così, con lacrime molto frequenti, chiede a Dio di toglierla da questo esilio. Tutto quello che vede in esso la stanca: nel trovarsi sola ha un gran sollievo, e subito dopo arriva questa pena, e senza di essa il sollievo non si dà.

Insomma, questa farfallina non riesce mai a trovare un luogo dove restare stabilmente; anzi, andando l’anima così tenera d’amore, qualsiasi occasione che possa accendere ancora di più questo fuoco la fa volare; e così in questa mansione i rapimenti sono molto continui, senza possibilità di evitarli, anche in pubblico, e poi arrivano le persecuzioni e le mormorazioni, che, anche se lei vorrebbe starne senza timori, non la lasciano, perché sono molte le persone che glieli instillano, specialmente i confessori.

E anche se nell’interiore dell’anima pare che ci sia una grande sicurezza da una parte (specialmente quando è sola con Dio), dall’altra va molto afflitta, perché teme che il demonio la debba ingannare, in modo da offendere Colui che ama tanto; delle mormorazioni ha poca pena, se non quando è lo stesso confessore a insistere, come se lei potesse fare qualcosa di più.

Non fa altro che chiedere a tutti preghiere, e supplicare Sua Maestà di condurla per un’altra via (perché le dicono di farlo), perché questa è molto pericolosa: ma siccome per questa via ha trovato un profitto così grande da non poter non vedere dove la conduce, come legge, sente e sa, per i comandamenti di Dio, qual è la via che porta al cielo, non riesce mai a desiderare davvero [l’altra via], anche se lo vorrebbe, ma piuttosto a lasciarsi nelle sue mani.

E persino questo non riuscire a desiderarlo le dà pena, perché le pare di non obbedire al confessore, visto che nell’obbedire e nel non offendere il nostro Signore le pare stia tutto il suo rimedio per non essere ingannata: e così non commetterebbe un peccato veniale deliberato nemmeno se la facessero a pezzi, a suo parere; si affligge grandemente nel vedere che non può evitare di commetterne molti senza accorgersene.

Dio dà a queste anime un desiderio così grandissimo di non dispiacergli in nulla, per quanto piccolo sia, né di commettere un’imperfezione se potesse evitarlo, che solo per questo, se non altro, vorrebbe fuggire dalla gente, e ha grande invidia di chi vive o ha vissuto nei deserti: d’altra parte vorrebbe gettarsi in mezzo al mondo, per vedere se potesse fare qualcosa perché un’anima lodasse di più Dio; e se è donna, si affligge per il vincolo che le impone la sua natura, perché non può fare questo, e ha grande invidia di chi ha la libertà di gridare, proclamando chi sia questo grande Dio degli eserciti.

Oh povera farfallina, legata da tante catene che non ti lasciano volare come vorresti! Abbi pietà, mio Dio; disponi ormai le cose in modo che lei possa compiere in qualcosa i suoi desideri, per il vostro onore e gloria. Non vi ricordate di quanto poco lo meriti, né della sua bassa natura: Voi siete potente, Signore, tanto da far ritirare il grande mare, e il grande Giordano, e far passare i figli d’Israele: non abbiatene pietà, perché, aiutata dalla vostra fortezza, può affrontare molti travagli.

Lei è decisa a questo, e desidera patirli: allungate, Signore, il vostro braccio potente, non lasciate che le passi la vita in cose così basse. Si mostri la vostra grandezza in qualcosa di così femminile e basso, perché il mondo, capendo che nulla viene da lei, lodi Voi: le costi quel che le costi, questo è quanto vuole, e dare mille vite, perché un’anima vi lodi un pochino di più grazie a lei, se ne avesse tante; e le considera ben spese, e capisce con tutta verità di non meritare di patire per Voi nemmeno un piccolissimo travaglio, tanto meno di morire.

Non so a che proposito ho detto questo, sorelle, né perché, non mi sono capita. Capiamo che questi sono, senza alcun dubbio, gli effetti che restano da queste sospensioni o estasi; perché non sono desideri che passano, ma restano costanti, e quando si presenta qualche occasione per mostrarlo, si vede che non erano finti.

Perché dico “restano costanti”? A volte l’anima si sente vile, persino nelle cose più piccole, e intimorita, e con così poco coraggio, che non le pare possibile averne per nulla. Io capisco che il Signore allora la lascia alla sua natura, per un bene molto maggiore; perché allora vede che, se ha avuto coraggio per qualcosa, le è stato dato da Sua Maestà con una chiarezza che la lascia annientata di fronte a sé stessa, e con maggior conoscenza della misericordia di Dio e della sua grandezza, che in cosa così bassa ha voluto mostrarsi: ma il più delle volte resta come abbiamo detto prima.

Fate caso a una cosa, sorelle, in questi grandi desideri di vedere il nostro Signore, che a volte stringono così tanto, che bisogna non assecondarli, ma distrarsi: se potete, dico, perché in altri di cui dirò più avanti, in nessun modo si può, come vedrete. In questi primi, qualche volta sì, potrete; perché c’è piena ragione per conformarsi alla volontà di Dio, e dire quanto diceva san Martino; e si può rivolgere altrove la mente, se stringono troppo: perché, essendo, in apparenza, un desiderio proprio di persone già molto avanzate, potrebbe il demonio suscitarlo, perché pensassimo di esserlo, ed è sempre bene camminare con timore.

Ma ritengo che lui non possa dare la quiete e la pace che questa pena produce nell’anima, ma piuttosto muoverà insieme a essa qualche passione disordinata, come quella che si prova quando, per cose del mondo, abbiamo qualche pena; ma chi non avesse esperienza dell’una e dell’altra non lo capirà, e, pensando che sia una gran cosa, la asseconderà quanto può, e si farà molto male alla salute; perché questa pena è continua, o almeno molto frequente.

Fate anche caso che una costituzione debole suole causare cose simili a queste pene, specialmente in certe persone sensibili, che piangono per ogni piccola cosa: mille volte le farà credere che piangono per Dio, quando non è così. E può persino capitare, quando viene una gran quantità di lacrime (dico per un certo periodo, in cui a ogni piccola parola che sentano o pensino su Dio non riescono a trattenersi), che si sia raccolto qualche umore intorno al cuore, che contribuisce più dell’amore che hanno per Dio, tanto che pare non debbano smettere mai di piangere; e siccome hanno già capito che le lacrime sono buone, non si trattengono, né vorrebbero fare altro, e le assecondano quanto possono. Il demonio mira, qui, a farle indebolire, in modo che poi non possano più tenere l’orazione né osservare la loro regola.

Mi pare di vedervi dire: cosa dobbiamo fare, se in tutto vedete pericolo? Che anche in una cosa così buona come le lacrime, vi pare possa esserci inganno; che sia io l’ingannata, e può ben essere: ma credete che non parlo senza aver visto che può esserci inganno in alcune persone, anche se non in me, perché io non sono per nulla sensibile, anzi ho un cuore così duro, che a volte me ne dispiace; anche se, quando il fuoco interiore è grande, per quanto sia duro il cuore, stilla, come fa un alambicco; e capirete bene quando le lacrime vengono da qui, perché sono più confortanti e pacificano, piuttosto che agitare, e raramente fanno male.

Il bene, in questo inganno, quando c’è, è che sarà danno del corpo (dico, se c’è umiltà), non dell’anima; e quando non c’è umiltà, non sarà male avere questo sospetto. Non pensiamo che sia tutto fatto col piangere molto, ma diamoci da fare nell’operare molto, e nelle virtù, che sono quelle che davvero contano per noi; e le lacrime vengano quando Dio le manderà, senza che noi ci diamo da fare per procurarcele. Queste lasceranno questa terra secca irrigata, e sono un grande aiuto per dare frutto: meno ci badiamo, più ne danno; perché è acqua che cade dal cielo quella che così ne otteniamo: stancarci a scavare per tirarla fuori non ha nulla a che vedere con questa, perché molte volte scaveremo e resteremo sfinite, e non troveremo nemmeno una pozzanghera d’acqua, tanto meno un pozzo sorgivo.

Perciò, sorelle, ritengo meglio che ci mettiamo davanti al Signore, e guardiamo la sua misericordia e grandezza, e la nostra bassezza, e ci dia Lui quello che vorrà, sia che ci sia acqua, sia che ci sia aridità. Lui sa meglio cosa ci convenga; e con questo cammineremo tranquille, e il demonio non avrà tanto spazio per farci scherzi.

In mezzo a queste cose penose e deliziose insieme, il nostro Signore dà a volte all’anima certi giubili e un’orazione strana, che lei non sa capire cosa sia. Perché, se vi farà questa grazia, la lodiate molto, e sappiate che è cosa che capita, la metto qui.

È, mi pare, una grande unione delle facoltà, solo che il nostro Signore le lascia libere di godere di questa gioia, e lo stesso i sensi, senza capire cosa godano, né come lo godano. Questo pare un parlare incomprensibile, e in effetti è proprio così: è una gioia dell’anima così eccessiva, che non vorrebbe goderla da sola, ma dirlo a tutti, perché la aiutassero a lodare il nostro Signore, perché qui va tutto il suo movimento.

Oh, quante feste farebbe, e quali manifestazioni, se potesse, perché tutti capissero la sua gioia! Pare che abbia trovato se stessa, e che, come il padre del figlio prodigo, vorrebbe invitare tutti e fare grandi feste, per vedere la sua anima in un luogo in cui non può dubitare di essere al sicuro, almeno per allora.

E ritengo che sia a ragione, perché una gioia interiore così grande, che viene dal più intimo dell’anima, con tanta pace, e il cui contento spinge tutto verso le lodi di Dio, non è possibile che la dia il demonio. È già tanto, trovandosi in questo grande impeto di allegria, riuscire a tacere e a dissimulare, e non è poco penoso. Questo doveva sentire san Francesco, quando lo incontrarono i ladroni, mentre andava per i campi gridando, e disse loro che era il banditore del gran Re; e altri santi, che vanno nei deserti per poter proclamare ad alta voce, come san Francesco, queste lodi del loro Dio.

Conobbi uno chiamato fra Pietro d’Alcantara (che credo lo sia, a giudicare dalla sua vita) che faceva proprio questo, e lo tenevano per matto quelli che a volte lo sentivano. Oh che buona pazzia, sorelle, se Dio la desse a tutte noi! E che grazia vi ha fatto nel tenervi in un luogo dove, anche se il Signore vi facesse questa grazia e ne deste segni, servirebbe piuttosto ad aiutarvi, che non a farvi mormorare contro, come sarebbe se foste nel mondo, dove questo tipo di proclamazione si usa così poco, che non c’è da stupirsi se ne mormorano.

Oh tempi disgraziati e vita miserabile quella in cui ora viviamo, e felici quelle a cui è toccata la buona sorte di starne fuori! Qualche volta mi è particolare gioia, quando, stando insieme, vedo queste sorelle avere una gioia interiore così grande, che chi più può, più lodi dà al nostro Signore per trovarsi nel monastero; perché si vede molto chiaramente che quelle lodi escono dall’interiore dell’anima.

Vorrei spesso, sorelle, che faceste questo: che una che comincia, risvegli le altre. In cosa si può impiegare meglio la vostra lingua, quando siete insieme, che nelle lodi di Dio, visto che abbiamo tante ragioni per dargliele?

Voglia Sua Maestà darci spesso questa orazione, perché è così sicura e vantaggiosa; procurarcela da sole non potremmo, perché è cosa molto soprannaturale: e capita che duri un giorno intero, e l’anima va in giro come chi ha bevuto molto, ma non tanto da essere fuori di sé, o come un malinconico, che non ha perso del tutto il senno, ma non riesce a uscire da una cosa che gli si è messa in testa, né c’è chi riesca a farnelo uscire.

Sono paragoni ben rozzi, questi, per una causa così preziosa, ma il mio ingegno non ne trova altri; perché è proprio così, che questa gioia la lascia così dimentica di sé, e di tutte le cose, che non si accorge di nulla, né riesce a parlare se non di quello che procede dalla sua gioia, che sono lodi di Dio.

Aiutiamo quest’anima, figlie mie, tutte: a cosa ci serve avere più senno? Cosa ci può dare un contento maggiore? E ci aiutino tutte le creature, per tutti i secoli dei secoli! Amen, amen, amen.

Traduzione italiana di Meditanimus, condotta direttamente sul testo spagnolo originale, di pubblico dominio. Fonti e crediti.

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