Il castello interiore, Teresa d'Ávila

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Seste mansioni

Capitolo 21

Veniamo ora alle visioni immaginarie, che dicono essere quelle in cui il demonio può intromettersi più che nelle altre già dette; e così dev’essere. Ma, quando sono del nostro Signore, in qualche modo mi paiono più proficue, perché sono più conformi alla nostra natura; tranne quelle che il Signore fa capire nell’ultima mansione, a cui nessuna di queste arriva.

Consideriamo dunque ora, come vi ho detto nel capitolo precedente, che questo Signore è presente come se, incastonata in un pezzo d’oro, avessimo una pietra preziosa di grandissimo valore e virtù: sappiamo con certezza che è lì, anche se non l’abbiamo mai vista; ma le virtù della pietra non mancano di giovarci, se la portiamo con noi: anche se non l’abbiamo mai vista, non per questo smettiamo di apprezzarla, perché per esperienza abbiamo visto che ci ha guarito da certe malattie per cui è indicata. Ma non osiamo guardarla, né aprire il reliquiario, né possiamo; perché il modo di aprirlo lo sa solo a chi appartiene il gioiello, e anche se ce l’ha prestato perché ne traessimo profitto, ha tenuto per sé la chiave; ed è cosa sua: lo aprirà quando vorrà mostrarcelo, e persino lo riprenderà quando gli parrà, come infatti fa.

Diciamo dunque che qualche volta voglia aprirlo rapidamente, per fare del bene a chi l’ha avuto in prestito: è chiaro che dopo le darà un contento molto maggiore, quando si ricorderà dell’ammirevole splendore della pietra, e così resterà più scolpito nella sua memoria.

Ebbene, così accade qui, quando il nostro Signore è contento di favorire di più quest’anima: le mostra chiaramente la sua sacratissima Umanità, nel modo che vuole, o come andava per il mondo, o come dopo la resurrezione; e anche se avviene con tanta rapidità che potremmo paragonarla a quella di un lampo, questa immagine gloriosissima resta così scolpita nell’immaginazione, che ritengo impossibile che se ne stacchi, finché non la vedrà dove potrà goderne senza fine.

Anche se dico immagine, si intende che non è dipinta, a quanto pare a chi la vede, ma davvero viva; e a volte sta parlando con l’anima, e persino mostrandole grandi segreti. Ma dovete capire che, anche se si trattiene per un certo tempo, non si può continuare a guardarla, più di quanto si possa continuare a guardare il sole; e così questa visione passa sempre molto in fretta: non perché il suo splendore dia pena, come quello del sole, alla vista interiore, che è quella che vede tutto questo; quando invece avviene con la vista esteriore, non saprò dirne nulla, perché questa persona di cui ho parlato, di cui posso parlare in modo così particolare, non era passata per quell’esperienza; e di ciò di cui non si ha esperienza, difficilmente si può dare una spiegazione certa, perché il suo splendore è come una luce infusa, e di un sole coperto da qualcosa di sottile come un diamante, se si potesse lavorare così fine. Come un lino d’Olanda pare la veste; e quasi tutte le volte che Dio fa questa grazia all’anima, essa resta in rapimento, perché la sua bassezza non può sopportare una vista così spaventosa.

Dico spaventosa, perché, pur essendo la più bella e la più deliziosa che una persona potrebbe immaginare anche se vivesse mille anni e si sforzasse di pensarci, poiché va ben oltre quanto può contenere la nostra immaginazione o il nostro intelletto, la sua presenza è di una maestà così grandissima, che produce grande spavento nell’anima.

Di certo qui non c’è bisogno di chiedere come faccia a sapere chi sia, senza che glielo abbiano detto, perché si fa ben conoscere come Signore del cielo e della terra: cosa che non riuscirebbero a fare i re della terra, che da soli si terrebbero in ben poco conto, se non andasse insieme a loro il loro seguito, o se non lo dicessero.

Oh Signore, come vi disconosciamo noi cristiani! Cosa sarà quel giorno in cui verrete a giudicarci? Perché, se venendo qui con tanta amicizia a trattare con la vostra sposa, il solo guardarvi mette tanto timore, oh figlie, cosa sarà quando con voce tanto rigorosa dirà: “Andate, maledetti dal Padre mio!”

Ci resti ora nella memoria questo, di questa grazia che Dio fa all’anima, che non ci sarà di poco bene; perché san Girolamo, pur essendo santo, non se lo toglieva mai dalla sua; e così non ci sembrerà nulla quanto qui patiremo nel rigore della vita religiosa che osserviamo; perché, per quanto a lungo duri, è un momento, in confronto a quell’eternità.

Vi dico davvero che, per quanto io sia malvagia, non ho mai avuto paura dei tormenti dell’inferno, che mi sembravano nulla, in confronto a quando mi ricordavo che i dannati avrebbero dovuto vedere adirati questi occhi così belli, miti e benigni del Signore: cosa che il mio cuore non pareva poter sopportare: questo è stato così per tutta la mia vita. Quanto più lo temerà la persona a cui si è mostrato in questo modo! Perché è tanto il sentimento, che la lascia priva di sensi. Questa dev’essere la causa del restare in sospensione: il Signore aiuta la sua debolezza, perché possa unirsi alla sua grandezza in questa così alta comunicazione con Dio.

Quando l’anima potesse restare a lungo a guardare questo Signore, io non credo che sarebbe visione, ma qualche considerazione intensa, una figura fabbricata nell’immaginazione, che sarebbe come cosa morta, in confronto a questa.

Capita ad alcune persone (e so che è vero, perché ne hanno parlato con me, e non tre o quattro, ma molte) di avere un’immaginazione così debole, o un intelletto così efficace, o non so cosa sia, che si assorbono nell’immaginazione in modo tale che tutto quello che pensano, chiaramente, pare loro di vederlo; anche se, se avessero visto la vera visione, capirebbero, senza che resti loro alcun dubbio, l’inganno; perché sono loro stesse a comporre quello che vedono con la propria immaginazione, e dopo non ne resta alcun effetto, ma restano fredde, molto più che se vedessero un’immagine devota. È cosa ben chiara che non vale la pena di farci caso, e così si dimentica molto più facilmente di una cosa sognata.

In quello di cui trattiamo non è così: ma, stando l’anima molto lontana dal pensare di dover vedere qualcosa, né che le passi per il pensiero, all’improvviso le si rappresenta tutta insieme, e sconvolge tutte le facoltà e i sensi con grande timore e turbamento, per poi metterle in quella beata pace. Così come quando fu abbattuto san Paolo, venne quella tempesta e quel tumulto nel cielo, così qui, in questo mondo interiore, si produce un grande movimento, e in un istante, come ho detto, tutto resta tranquillo, e l’anima è così istruita su verità così grandi, da non avere bisogno di altro maestro; perché la vera sapienza, senza fatica sua, le ha tolto la rozzezza; e l’anima resta, per un certo tempo, con la certezza che questa grazia sia da Dio, tanto che, anche se allora le dicessero il contrario, non potrebbero metterle timore che ci possa essere inganno.

Dopo, quando il confessore comincia a sollevarle dubbi, Dio la lascia vacillare, pensando che, per i suoi peccati, potrebbe essere possibile [l’inganno]: ma senza crederci davvero, bensì (come ho detto per queste altre cose) a modo di tentazioni in materia di fede, che il demonio può agitare, ma senza far sì che l’anima smetta di restarvi ferma; anzi, quanto più la combatte, tanto più resta con la certezza che il demonio non potrebbe lasciarla con tanti beni: ed è proprio così, perché non ha tanto potere nell’interiore dell’anima: potrà rappresentarlo esteriormente, ma non con questa verità, maestà e questi effetti.

Siccome i confessori non possono vedere questo, né forse chi riceve da Dio questa grazia sa spiegarglielo bene, hanno timore, e con molta ragione; e così bisogna procedere con cautela, prendendosi il tempo di osservare il frutto che producono queste apparizioni, e guardando poco a poco l’umiltà con cui lasciano l’anima, e la fortezza nella virtù; perché se è del demonio, presto ne darà segno, e lo coglieranno in mille menzogne. Se il confessore ha esperienza, ed è passato per queste cose, gli serve poco tempo per capirlo, perché subito, dal racconto, vedrà se è Dio, immaginazione o demonio; specialmente se Sua Maestà gli ha dato il dono di discernere gli spiriti: se lo ha, insieme a buoni studi, anche senza esperienza lo riconoscerà molto bene.

Quello di cui c’è molto bisogno, sorelle, è che camminiate con grande franchezza e verità col confessore: non dico nel confessare i peccati, che quello è chiaro, ma nel raccontare l’orazione; perché senza questo, non vi posso assicurare che andiate bene, né che sia Dio a istruirvi; perché a Lui piace molto che con chi sta al suo posto ci si tratti con la stessa verità e chiarezza che con se stessi, desiderando che capisca tutti i nostri pensieri, tanto più le opere, per quanto piccole siano. E con questo non andate turbate né inquiete, perché, anche se non fosse Dio, se avete umiltà e buona coscienza, non vi farà danno; perché Sua Maestà sa trarre bene dai mali, e per la via con cui il demonio vi voleva far perdere, guadagnerete di più: pensando che vi fa grazie così grandi, vi sforzerete di contentarlo meglio, e di tenere sempre occupata la memoria con la sua figura.

Come diceva un grande dotto: il demonio è un gran pittore, e se vi mostrasse molto dal vivo un’immagine del Signore, a lui non dispiacerebbe, per ravvivare con essa la devozione, e fare guerra al demonio con le sue stesse malvagità: perché, anche se un pittore fosse molto cattivo, non per questo si deve smettere di riverire l’immagine che fa, se è di tutto il nostro bene. Gli pareva molto sbagliato quanto alcuni consigliano, di fare le fiche quando si vedesse così qualche visione, perché diceva che ovunque vediamo dipinto il nostro Re, lo dobbiamo riverire; e vedo che ha ragione: perché anche qui ce ne dispiacerebbe, se sapessimo che una persona che ne ama bene un’altra facesse simili affronti al suo ritratto, non le piacerebbe affatto: quanto più, dunque, è ragionevole avere sempre rispetto ovunque vediamo un crocifisso, o qualsiasi ritratto del nostro Imperatore?

Anche se ho scritto questo altrove, mi è piaciuto metterlo anche qui, perché vidi una persona afflitta perché le ordinavano di usare questo rimedio: non so chi l’abbia inventato, così adatto a tormentare chi non potesse fare altro che obbedire, se il confessore le dà questo consiglio, parendole di essere perduta se non lo fa. Il mio consiglio è che, anche se ve lo dessero, gli diciate questa ragione con umiltà, e non lo seguiate. Mi convinsero moltissimo le buone ragioni che mi diede chi me ne parlò in questo caso.

Un grande guadagno trae l’anima da questa grazia del Signore: che, quando pensa a Lui, o alla sua vita e passione, può ricordarsi del suo volto mitissimo e bello, cosa che è un grandissimo conforto; così come qui non ci darebbe forse maggior conforto aver visto una persona che ci fa molto bene, piuttosto che non averla mai conosciuta? Vi dico che fa molto conforto e profitto un ricordo così delizioso.

Porta con sé anche molti altri beni, ma, avendo già detto tanto sugli effetti che producono queste cose, e dovendone dire ancora, non voglio stancarmi né stancarvi, ma avvisarvi molto di una cosa: quando sapete o sentite che Dio fa queste grazie alle anime, non supplicatelo mai, né desiderate che vi conduca per questo cammino: anche se vi parrà molto buono, e va tenuto in gran conto e riverito, non conviene, per alcune ragioni.

La prima, perché è mancanza di umiltà voler che vi si dia quello che non avete mai meritato; e così credo che non ne avrà molta chi la desiderasse; perché, così come un umile contadino è lontano dal desiderare di essere re, parendogli impossibile, perché non lo merita, così lo è l’umile riguardo a cose simili. E credo che non si daranno mai, perché prima il Signore dà una grande conoscenza di sé, a chi fa queste grazie. Come potrebbe dunque capire con verità che gli fa una grazia grandissima nel non tenerlo all’inferno, chi ha pensieri simili?

La seconda, perché è molto certo di essere ingannato, o quantomeno in grande pericolo, perché al demonio basta vedere una piccola porta aperta per farci mille scherzi.

La terza, la stessa immaginazione: quando c’è un grande desiderio, la stessa persona si convince di vedere quello che desidera, e di sentirlo, come chi va in giro col desiderio di una cosa tutto il giorno, e pensandoci tanto, capita che arrivi a sognarla.

La quarta: è una grandissima audacia che io voglia scegliere il cammino, non sapendo quale mi convenga di più; piuttosto lasciare che il Signore, che mi conosce, mi conduca per quello che conviene, perché in tutto si faccia la sua volontà.

La quinta: pensate che siano pochi i travagli che patiscono quelli a cui il Signore fa queste grazie? No, sono grandissimi, e di molti tipi. Cosa ne sapete voi se sareste capaci di sopportarli?

La sesta: se, per la stessa cosa che pensate di guadagnare, potreste perdere, come fece Saul per diventare re. Insomma, sorelle, oltre a queste ce ne sono altre; e credetemi che la cosa più sicura è non volere altro che quello che vuole Dio, che ci conosce più di noi stesse, e ci ama. Mettiamoci nelle sue mani, perché si compia la sua volontà in noi: e non potremo sbagliare, se con volontà decisa restiamo sempre in questo.

E dovete notare che, per aver ricevuto molte di queste grazie, non si merita più gloria; perché piuttosto se ne resta più obbligate a servire, visto che si è ricevuto di più. In quello che conta di più per meritare, il Signore non ce lo toglie, perché sta nelle nostre mani: e così ci sono molte persone sante che non hanno mai saputo cosa sia ricevere una di queste grazie; e altre che le ricevono, che sante non sono.

E non pensate che sia cosa continua; anzi, per ogni volta che il Signore le fa, sono moltissimi i travagli, e così l’anima non si preoccupa di sapere se ne riceverà altre, ma di come servirle. È vero che deve essere un grandissimo aiuto per avere le virtù in un grado più alto di perfezione: ma chi le avrà, avendole guadagnate a costo della propria fatica, meriterà molto di più.

So di una persona a cui il Signore aveva fatto alcune di queste grazie, e persino di due (una era un uomo), che erano così desiderose di servire Sua Maestà a proprie spese, senza questi grandi doni, e così ansiose di patire, che si lamentavano col nostro Signore perché glieli dava, e se avessero potuto non riceverli, l’avrebbero evitato. Dico doni, non di queste visioni (perché infine ne vedono il grande guadagno, e sono molto da apprezzare), ma di quelli che il Signore dà nella contemplazione.

È vero che anche questi sono desideri soprannaturali, mi pare; e di anime molto innamorate, che vorrebbero che il Signore vedesse che non lo servono per un salario; e così, come ho detto, non si ricordano mai che devono ricevere gloria per qualcosa, per sforzarsi di più per questo a servire, ma solo per contentare l’amore, la cui natura è operare sempre in mille modi. Se potesse, vorrebbe cercare invenzioni per consumarsi tutta in Lui: e se fosse necessario restare per sempre annientata per maggior onore di Dio, lo farebbe molto volentieri. Sia lodato per sempre, amen; perché, abbassandosi a comunicare con creature così miserabili, vuole mostrare la sua grandezza.

Traduzione italiana di Meditanimus, condotta direttamente sul testo spagnolo originale, di pubblico dominio. Fonti e crediti.

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