Il castello interiore, Teresa d'Ávila

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Terze mansioni

Capitolo 4

A coloro che, per la misericordia di Dio, hanno vinto questi combattimenti, ed entrati con perseveranza nelle terze dimore: cosa diremo loro? Se non: beato l’uomo che teme il Signore! Non è stato poco che Sua Maestà mi abbia fatto capire, proprio ora, cosa voglia dire il senso di questo versetto, essendo io così rozza in questa materia. Certo con ragione lo chiameremo beato, poiché, se non torna indietro, per quanto possiamo capire, percorre una via sicura verso la sua salvezza. Qui vedrete, sorelle, quanto importi vincere le battaglie passate; perché ritengo per certo che il Signore non manca mai di porlo in sicurezza di coscienza, il che non è piccolo bene. Dico sicurezza, e ho detto male, perché non ce n’è in questa vita; e perciò intendete sempre che dico questo a condizione che non torni ad abbandonare il cammino cominciato.

È davvero grande miseria vivere in questa vita, dovendo sempre camminare come chi ha i nemici alla porta, che non possono né dormire né mangiare senza armi, e sempre in allarme, nel timore che da qualche parte riescano a sfondare questa fortezza. Oh Signore mio, e mio bene! Come volete che si desideri una vita così misera, che non si può fare a meno di volerla, e di chiedervi di esserne tratti fuori, se non con la speranza di perderla per Voi, o di spenderla davvero al vostro servizio, e soprattutto nel comprendere che questa è la vostra volontà! Se lo è, Dio mio, moriamo con Voi, come disse san Tommaso, perché non è altro che morire molte volte, vivere senza di Voi, e con questi timori che sia possibile perdervi per sempre.

Perciò dico, figlie, che la beatitudine che dobbiamo chiedere è di essere già al sicuro insieme ai beati; perché con questi timori, quale contentezza può avere chi ha come unica contentezza quella di contentare Dio? E considerate che questo timore, e assai maggiore, lo avevano alcuni santi che caddero in gravi peccati; e non abbiamo alcuna certezza che Dio ci darà la mano per uscirne, e fare la penitenza che fecero loro. (Si intende dell’aiuto particolare). In verità, figlie mie, scrivo questo con tanto timore, che non so come lo scrivo, né come vivo, quando mi ricordo che accade molto spesso.

Chiedetegli, figlie mie, che Sua Maestà viva sempre in me, perché se non fosse così, quale sicurezza potrebbe avere una vita così mal spesa come la mia? E non vi dispiaccia di capire che è proprio così, come talvolta ho visto in voi, quando ve lo dico, e ciò nasce dal fatto che avreste voluto che fossi stata molto santa, e avete ragione: lo avrei voluto anch’io; ma cosa devo fare, se l’ho perduto per sola colpa mia? Non mi lamenterò certo di Dio, come se non mi avesse dato aiuti sufficienti perché i vostri desideri si realizzassero: non posso dire questo senza lacrime e grande confusione, nel vedere che sono io a scrivere qualcosa per voi che potreste insegnare a me. Dura obbedienza è stata questa! Voglia il Signore che, essendo fatta per Lui, serva almeno a farvi trarre qualche profitto, affinché gli chiediate di perdonare questa miserabile presuntuosa.

Ma Sua Maestà sa bene che posso confidare soltanto nella sua misericordia, e poiché non posso smettere di essere quella che sono stata, non ho altro rimedio che avvicinarmi a essa e confidare nei meriti del Figlio suo, e della Vergine madre sua, il cui abito indegnamente porto, e portate voi. Lodatelo, figlie mie, perché siete davvero figlie di questa Signora; e così non avete motivo di vergognarvi che io sia meschina, avendo una madre così buona. Imitatela, e considerate quale debba essere la grandezza di questa Signora e il bene di averla per patrona, poiché i miei peccati, ed essere quella che sono, non sono bastati a offuscare in nulla questo sacro Ordine.

Ma una cosa vi avviso: non crediate di essere al sicuro solo perché siete tali e avete una tale madre, poiché molto santo era Davide, e già vedete cosa fu di Salomone; né fate affidamento sulla clausura e sulla penitenza in cui vivete, né vi rassicuri il trattare sempre di Dio e l’esercitarvi così continuamente nell’orazione, e lo stare tanto ritirate dalle cose del mondo, e il tenerle, a vostro parere, in orrore. Tutto questo è buono, ma non basta, come ho detto, perché smettiamo di temere; e così continuate con questo versetto, e portatelo spesso nella memoria: *beatus vir qui timet Dominum*.

Non so più cosa stavo dicendo, perché mi sono molto distratta, e nel ricordarmi di me si spezzano le ali per dire qualcosa di buono; e così voglio lasciarlo per ora.

Tornando a quanto avevo cominciato a dirvi, riguardo alle anime che sono entrate nelle terze dimore, non è stata piccola la grazia che il Signore ha fatto loro nel far superare le prime difficoltà, ma grandissima. Di queste, per la bontà del Signore, credo ve ne siano molte nel mondo: sono molto desiderose di non offendere Sua Maestà, si guardano persino dai peccati veniali, amano fare penitenza, hanno le loro ore di raccoglimento, impiegano bene il tempo, si esercitano in opere di carità verso il prossimo, sono molto misurate nel parlare, nel vestire e nel governo della casa, quelle che ne hanno una. Stato certo da desiderare, e che a quanto pare non vi sarebbe motivo per negare loro l’ingresso fino all’ultima dimora, né glielo negherà il Signore, se esse lo vogliono, perché è una bella disposizione perché Egli conceda loro ogni grazia. Oh Gesù! E chi direbbe di non volere un bene così grande, avendo già superato soprattutto la parte più faticosa? Nessuna. Tutte diciamo che lo vogliamo; ma poiché occorre ancora di più perché il Signore possegga del tutto l’anima, non basta dirlo, così come non bastò al giovane quando il Signore gli disse se voleva essere perfetto.

Fin da quando ho cominciato a parlare di queste dimore lo tengo presente, perché noi siamo proprio così, alla lettera; e il più delle volte da qui vengono le grandi aridità nell’orazione, sebbene vi siano anche altre cause: e tralascio certe fatiche interiori, che molte anime buone portano, intollerabili e senza alcuna colpa propria, dalle quali il Signore sempre le fa uscire con grande profitto, e quelle di chi ha malinconia e altre malattie. Insomma, in tutte queste cose dobbiamo lasciare da parte i giudizi di Dio. Quanto a me, ciò che ritengo più comune è quello che ho detto; perché queste anime, vedendo che per nessuna cosa commetterebbero un peccato (e molte nemmeno un veniale deliberato) e che spendono bene la loro vita e i loro beni, non riescono a sopportare con pazienza che si chiuda loro la porta per entrare dove sta il nostro Re, di cui si considerano vassalle, e lo sono davvero: ma sebbene qui il re della terra abbia molti vassalli, non tutti entrano fino alla sua camera.

Entrate, entrate, figlie mie, nell’interiore, andate oltre le vostre piccole opere, che per essere cristiane dovete fare tutto questo, e molto di più; e vi basti essere vassalle di Dio: non pretendete tanto da restare senza nulla. Guardate i santi che entrarono nella camera di questo Re, e vedrete la differenza che c’è tra loro e noi. Non chiedete ciò che non avete meritato, né dovrebbe mai venirci in mente che, per quanto serviamo, dobbiamo meritarlo noi che abbiamo offeso Dio. Oh umiltà, umiltà! Non so quale tentazione io abbia in questo caso, ma non riesco proprio a credere a chi fa tanto caso di queste aridità, se non che vi sia in esso un poco di mancanza di umiltà.

Dico che tralascio le grandi fatiche interiori di cui ho parlato, perché quelle sono ben più che mancanza di devozione. Mettiamo alla prova noi stesse, sorelle mie, o ci metta alla prova il Signore, che lo sa fare bene (anche se molte volte non vogliamo capirlo), e veniamo a queste anime così ben regolate: vediamo cosa fanno per Dio, e poi vedremo come non abbiamo ragione di lamentarci di Sua Maestà; perché se gli voltiamo le spalle, e ce ne andiamo tristi (come il giovane del Vangelo) quando ci dice cosa dobbiamo fare per essere perfette, cosa volete che faccia Sua Maestà, che deve dare il premio secondo l’amore che gli portiamo? E questo amore, figlie, non deve essere fabbricato nella nostra immaginazione, ma provato con le opere: e non pensiate che Egli abbia bisogno delle nostre opere, ma della determinazione della nostra volontà.

Ci sembra, a noi che abbiamo preso l’abito religioso di nostra volontà, e lasciato tutte le cose del mondo, e ciò che possedevamo per amor suo (anche se fossero solo le reti di san Pietro, perché a chi dà ciò che ha sembra già di dare molto), che ormai sia tutto fatto. È davvero una buona disposizione, se si persevera in essa, e non si torna a cadere tra le bestiole striscianti delle prime stanze, nemmeno col solo desiderio; non c’è dubbio che, se si persevera in questo spogliamento e abbandono di tutto, si otterrà ciò a cui si aspira.

Ma dev’essere a condizione (e badate che vi avviso di questo) che ci si consideri servo senza merito, come dice san Paolo, o Cristo[^1], e si creda di non aver obbligato in nulla nostro Signore a concederci simili grazie; anzi, chi più ha ricevuto, più resta debitore. Cosa possiamo fare per un Dio così generoso, che morì per noi, ci creò e ci dà l’essere, se non ritenerci fortunate che Egli vada in qualche modo scontando ciò che gli dobbiamo, per il modo in cui ci ha servito (a malincuore ho usato questa parola, ma è proprio così, perché non fece altro per tutta la sua vita nel mondo), senza che gli chiediamo nuove grazie e doni?

Badate bene, figlie, ad alcune cose che qui ho accennato, sebbene in modo confuso, perché non so spiegarmi meglio: il Signore ve le farà comprendere, affinché traiate dalle aridità umiltà, e non inquietudine, che è ciò a cui mira il demonio; e credete che dove essa è vera, anche se Dio non concede mai consolazioni, darà una pace e una conformità tali da renderle più contente di altre che hanno consolazioni, che molte volte (come avete letto) la divina Maestà concede ai più deboli, sebbene io creda che costoro non le scambierebbero con la fortezza di chi cammina nell’aridità. Siamo amici delle consolazioni più che della croce. Mettici tu alla prova, Signore, che conosci le verità, affinché conosciamo noi stesse.

[^1]: Nota dell’edizione del 1912: fu san Luca a dirlo (non san Paolo). Teresa stessa, nel testo, mostra di non esserne certa (“come dice san Paolo, o Cristo”): si riferisce a Luca 17,10.

Traduzione italiana di Meditanimus, condotta direttamente sul testo spagnolo originale, di pubblico dominio. Fonti e crediti.

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