Ho conosciuto alcune anime, e credo anzi di poter dire parecchie, tra quelle che sono arrivate a questo stato, e vi sono rimaste e vissute per molti anni in questa rettitudine e armonia di anima e corpo (per quanto si può capire), e poi, quando ormai sembrava dovessero essere signore del mondo, almeno ben disingannate di esso, Sua Maestà le mette alla prova in cose non molto grandi, ed esse restano con tanta inquietudine e stretta al cuore, da lasciarmi sbalordita, e persino piuttosto timorosa. Dar loro consiglio non c’è rimedio, perché essendo da tanto tempo che trattano di virtù, pare loro di poter insegnare agli altri, e che abbiano ben ragione nel sentire quelle cose. Insomma, io non ho trovato rimedio, né lo trovo, per consolare simili persone, se non mostrare grande partecipazione alla loro pena (e in verità la si prova nel vederle soggette a tanta miseria) e non contraddire il loro ragionamento, perché tutte lo accordano nel proprio pensiero, convinte che lo sentano per amore di Dio, e così non arrivano a capire cosa sia un’imperfezione: che è un altro inganno per persone tanto progredite, perché che lo provino non è da stupirsi, sebbene a mio parere il sentimento di cose simili dovrebbe passare presto.
Perché molte volte Dio vuole che i suoi eletti sentano la propria miseria, e ritira un poco il suo favore, che non serve altro, perché siamo certe che ci conosceremo ben presto. E subito si comprende questo modo di metterli alla prova, perché essi capiscono molto chiaramente la propria mancanza, e a volte dà loro più pena questo, il vedere che non possono fare a meno di sentire cose della terra, e nemmeno molto gravi, che non la cosa stessa che le addolora. Questo io lo ritengo grande misericordia di Dio; e sebbene sia una mancanza, è molto vantaggiosa per l’umiltà. Nelle persone di cui parlo non è così, ma, come ho detto, canonizzano nel loro pensiero queste cose; e così vorrebbero che anche gli altri le canonizzassero. Voglio dirne qualche esempio, perché ci intendiamo, e mettiamo alla prova noi stesse prima che ci metta alla prova il Signore, perché sarebbe cosa grandissima essere preparate e avere già capito noi stesse per prime.
Capita a una persona ricca, senza figli, né altri per cui desiderare i beni, di subire una perdita del patrimonio; ma non tale che in quanto le resta possa mancarle il necessario per sé e per la propria casa, e persino con abbondanza: se costei si agitasse con tanta inquietudine e ansia come se non le restasse nemmeno un pane da mangiare, come potrebbe nostro Signore chiederle di lasciare tutto per Lui? Qui entra chi lo sente, perché lo vuole per i poveri. Io credo che Dio voglia piuttosto che io mi conformi a ciò che Sua Maestà fa, e che, pur cercando di procurarlo, tenga quieta la mia anima, più che questa carità. E se non lo fa, perché il Signore non l’ha condotta fin là, pazienza; ma capisca che le manca questa libertà di spirito, e con questo si disporrà perché il Signore gliela conceda, poiché gliela chiederà.
Ha una persona di che vivere, e persino con abbondanza: le si presenta l’occasione di poter acquisire più beni; prenderli, se glieli danno, pazienza, passi; ma procurarseli, e dopo averli procurarsene sempre di più, per quanto buona intenzione possa avere (e deve averla davvero, perché, come ho detto, sono persone di preghiera e virtuose), non c’è da temere che salgano alle dimore più vicine al Re. Allo stesso modo, se capita loro qualcosa per cui vengono disprezzate o perdono un poco d’onore, sebbene Dio faccia loro la grazia di sopportarlo bene molte volte (perché Egli ama molto favorire la virtù in pubblico, perché non ne soffra la stessa virtù per cui sono tenute in considerazione, e forse anche perché l’hanno servito, essendo questo nostro Bene molto buono), resta loro comunque un’inquietudine, che non riescono a dominare, né finisce tanto presto.
Mi aiuti Dio! Non sono forse questi quelli che da tanto tempo considerano come patì il Signore, e quanto sia buona cosa patire, e persino lo desiderano? Vorrebbero tutti così ben regolati come conducono la propria vita, e voglia il cielo che non pensino che la pena che provano venga dalla colpa altrui, e la rendano, nel loro pensiero, meritoria. Vi parrà, sorelle, che io parli fuori proposito, e non con voi, perché qui queste cose non ci sono, poiché non abbiamo beni, né li vogliamo, né li cerchiamo, né alcuno ci ingiuria: perciò i paragoni non sono ciò che accade a noi, ma da essi si traggono molte altre cose che possono accadere, che non sarebbe bene indicare, né ce n’è bisogno: da questi esempi capirete se siete ben spogliate di ciò che avete lasciato, perché si presentano piccole occasioni, sebbene non in questo modo, con cui potete ben mettervi alla prova, e capire se siete padrone delle vostre passioni.
E credetemi che la questione non sta nell’avere o no l’abito religioso, ma nel cercare di esercitare le virtù e nel piegare la nostra volontà a quella di Dio in tutto, e nel far sì che l’ordine della nostra vita sia quello che Sua Maestà le vorrà dare, senza volere noi che si compia la nostra volontà, ma la sua. E se non siamo ancora arrivate a questo, come ho detto, ci sia almeno l’umiltà, che è l’unguento delle nostre ferite; perché se c’è davvero, anche se tarderà un poco, verrà il chirurgo, che è Dio, a guarirci.
Le penitenze che fanno queste anime sono tanto misurate quanto la loro vita: la amano molto per servire con essa nostro Signore (e tutto questo non è male), e così hanno grande discrezione nel praticarle, perché non danneggino la salute. Non abbiate paura che si ammazzino, perché la loro ragione resta ben salda in sé. Non è ancora l’amore a far loro perdere la ragione; ma vorrei che la avessimo, per non accontentarci di questo modo di servire Dio sempre a passo, passo lento, che non finiremo mai di percorrere questo cammino. E poiché, a nostro parere, camminiamo sempre e ci stanchiamo (perché credetemi, è un cammino faticosissimo), sarà già abbastanza buono se almeno non ci perdiamo.
Ma vi pare, figlie, che se andando da una terra a un’altra potessimo arrivare in otto giorni, sarebbe bene impiegarci un anno, tra locande, nevi, acque e cattivi sentieri? Non varrebbe di più percorrerlo tutto d’un fiato, visto che in esso si trovano anche pericoli di serpenti? Oh, quante buone testimonianze potrei dare di questo! E voglia Dio che io stessa l’abbia superato, perché molte volte mi pare proprio di no. Siccome camminiamo con tanta prudenza, tutto ci offende, perché tutto temiamo; e così non osiamo andare avanti, come se potessimo noi stesse arrivare a queste dimore facendone percorrere il cammino ad altri.
Poiché ciò non è possibile, sforziamoci, sorelle mie, per amore del Signore: lasciamo nelle sue mani la nostra ragione e i nostri timori; dimentichiamo questa debolezza naturale, che può occuparci molto. La cura di questi corpi la tengano i superiori, se la vedano loro: a noi spetta solo camminare in fretta per vedere questo Signore, perché, anche se la consolazione che avete è poca o nessuna, la preoccupazione per la salute potrebbe ingannarci. Tanto più che non per questo si avrà più salute, lo so, e so anche che la questione non sta in ciò che riguarda il corpo, che è la cosa meno importante, mentre il camminare di cui parlo va fatto con grande umiltà: perché (se avete capito) qui, credo, sta il danno di chi non va avanti: dobbiamo invece parere a noi stesse di aver fatto pochi passi, e crederlo davvero così, e che le sorelle che camminano ci paiano molto più veloci, e non solo lo desideriamo, ma cerchiamo che ci tengano per la più meschina di tutte.
E con questo, questo stato è eccellentissimo; altrimenti vi resteremo per tutta la nostra vita, e con mille pene e miserie; perché, avendo lasciato noi stesse a noi stesse, è molto faticoso e pesante; perché andiamo molto cariche di questa terra della nostra miseria, cosa che non accade a chi sale alle stanze che ancora mancano. In queste il Signore non manca di ricompensare come giusto, e anche come misericordioso, perché dà sempre molto più di quanto meritiamo, concedendoci contentezze assai maggiori di quelle che possiamo avere in ciò che danno i piaceri e le distrazioni della vita.
Ma non penso che dia molti gusti spirituali, se non qualche volta, per invitarli, facendo loro vedere cosa accade nelle altre dimore, affinché si dispongano a entrarvi. Vi parrà che contentezze e gusti siano tutt’uno. A che scopo faccio questa differenza nei nomi? A me pare che ce ne sia una molto grande; potrei anche sbagliarmi. Dirò ciò che ne capisco nelle Quarte dimore, che vengono dopo queste, perché, dovendosi dichiarare qualcosa dei gusti che lì concede il Signore, viene meglio parlarne là.
E sebbene sembri inutile, potrà essere di qualche utilità, affinché, capendo cosa sia ciascuna cosa, possiate sforzarvi di seguire il meglio; ed è grande consolazione per le anime che Dio conduce fin là, e confusione per quelle a cui sembra di avere già tutto, e, se sono umili, si muoveranno a rendimento di grazie. Se vi è qualche mancanza di questo, ne verrà loro un disgusto interiore, e senza motivo, perché la perfezione non sta nei gusti, ma in chi ama di più, e lo stesso vale per il premio, e in chi opera meglio con giustizia e verità.
Vi parrà: a che serve trattare di queste grazie interiori, e far capire come siano, se questo è vero, come lo è? Non lo so, lo si chieda a chi mi comanda di scriverlo, perché io non sono tenuta a discutere con i superiori, ma a obbedire, né sarebbe ben fatto il contrario. Quello che posso dirvi con verità è che, quando ancora non avevo, né sapevo per esperienza, né pensavo di poterlo sapere mai in vita mia (e con ragione, perché sarebbe già stato per me gran contentezza sapere, o anche solo intuire per congettura, di piacere a Dio in qualcosa), quando leggevo nei libri di queste grazie e consolazioni che il Signore concede alle anime che lo servono, questo già mi dava grandissima consolazione, ed era motivo perché la mia anima desse grandi lodi a Dio.
Dunque, se la mia anima, pur essendo così meschina, faceva questo, quelle che sono buone e umili lo loderanno molto di più; e per una sola che lo lodi una sola volta, è ben giusto (a mio parere) che se ne parli, e che comprendiamo la contentezza e i diletti che perdiamo per colpa nostra. Tanto più che, se vengono da Dio, arrivano carichi di amore e fortezza, con cui si può camminare senza tanta fatica, e crescere nelle opere e nelle virtù. Non pensiate che importi poco procurare che la mancanza non sia nostra; perché quando la mancanza non è nostra, il Signore è giusto, e Sua Maestà vi darà per altre vie ciò che vi toglie per questa, secondo quanto Sua Maestà sa, poiché i suoi segreti sono molto nascosti; almeno sarà senza alcun dubbio ciò che più ci conviene.
Ciò che mi pare possa farci molto profitto, a noi che per la bontà del Signore siamo in questo stato (che, come ho detto, non è piccola misericordia, perché siamo molto vicine a salire più in alto) è esercitarci molto nella prontezza dell’obbedienza; e anche se non si è religiosi, sarebbe gran cosa, come fanno molte persone, avere a chi rivolgersi, per non fare in nulla la propria volontà, che è ciò in cui di solito ci danneggiamo; e non cercare un altro del proprio stesso temperamento, come si suol dire, che proceda con tanta cautela in ogni cosa, ma cercare piuttosto chi abbia già un grande disinganno delle cose del mondo; perché giova moltissimo trattare con chi già lo conosce, per conoscere noi stesse.
E perché alcune cose che ci sembrano impossibili, vedendole in altre così possibili, e con la soavità con cui le portano avanti, ci animano molto, e sembra che con il loro volo ci azzardiamo anche noi a volare, come fanno i piccoli degli uccelli quando vengono istruiti, che pur non riuscendo subito a spiccare un gran volo, poco a poco imitano i genitori: questo giova moltissimo, lo so bene. Faranno bene, per quanto siano determinate a non offendere il Signore, persone simili, a non mettersi in occasioni di offenderlo; perché, essendo vicine alle prime dimore, potrebbero facilmente tornare ad esse (perché la loro fortezza non è fondata su terra ferma, come quella di chi è già esercitato nel patire, e conosce le tempeste del mondo, quanto poco ci sia da temerle, né da desiderarne i piaceri), e sarebbe possibile, con una grande persecuzione, farle tornare indietro, perché il demonio sa ben tramarle per farci del male, e potrebbe accadere che, andando con buon zelo, volendo togliere i peccati altrui, non si riuscisse a resistere a ciò che potrebbe capitare in conseguenza.
Guardiamo le nostre mancanze e lasciamo stare quelle altrui, perché è ben strano che persone così regolate si spaventino di tutto; e forse da chi ci spaventa potremmo imparare bene nell’essenziale, mentre nella compostezza esteriore e nel modo di trattare siamo noi ad avere il vantaggio su di loro; e questo non è ciò che conta di più, sebbene sia cosa buona, né c’è motivo di voler subito che tutti seguano il nostro cammino, né si metta a insegnare quello dello spirito chi magari non sa nemmeno cosa sia, perché con questi desideri che Dio ci dà, sorelle, per il bene delle anime, possiamo commettere molti errori; ed è perciò meglio attenerci a quanto dice la nostra Regola: procurare di vivere sempre nel silenzio e nella speranza, perché il Signore avrà cura delle sue anime: purché noi non trascuriamo di supplicarne Sua Maestà, otterremo grande profitto col suo favore. Sia per sempre benedetto.