Per cominciare a parlare delle quarte mansioni, mi serve proprio quello che ho già fatto: affidarmi allo Spirito Santo, e supplicarlo che da qui in avanti parli lui per me, per dire qualcosa di quelle che restano in modo che lo capiate, perché comincia a trattarsi di cose soprannaturali; ed è difficilissimo farle intendere, se Sua Maestà non lo fa, come in un’altra parte dove ho scritto, fino dove avevo capito, quattordici anni fa, poco più o meno: anche se mi pare di avere un poco più di luce su queste grazie che il Signore fa ad alcune anime, è un’altra cosa saperle dire. Lo faccia Sua Maestà, se ne deve seguire qualche profitto; e se no, no.
Siccome queste mansioni si avvicinano già di più a dove sta il Re, è grande la sua bellezza, e ci sono cose così delicate da vedere e da capire, che l’intelletto non è capace di darne una descrizione tale da dirne almeno qualcosa che venga così esatta da non restare del tutto oscura per chi non ne ha esperienza; chi invece ne ha, la capirà molto bene, specialmente se ne ha molta. Parrebbe che per arrivare a queste mansioni si debba essere vissuti a lungo nelle altre; e anche se normalmente occorre essere stati in quella di cui abbiamo appena finito di parlare, questa non è una regola certa (come già avrete sentito molte volte), perché il Signore dà quando vuole, e come vuole, e a chi vuole, trattandosi di beni suoi, e non fa torto a nessuno. In queste mansioni entrano poche volte le cose velenose, e se entrano non fanno danno, anzi lasciano un guadagno: e ritengo molto meglio quando entrano e danno battaglia in questo stato di orazione, perché il demonio potrebbe ingannare proprio attraverso i godimenti che Dio dà, se non ci fossero tentazioni, e fare molto più danno di quando ci sono, e l’anima non guadagnerebbe tanto, separandola almeno da tutte le cose che le fanno merito, e lasciandola in un assorbimento continuo. Perché quando lo è in un unico stato ininterrotto, non lo ritengo sicuro, né mi pare possibile che lo spirito del Signore stia in un unico stato in questo esilio.
Ora, per parlare di quello che ho detto che qui direi sulla differenza che c’è tra contenti nell’orazione, o gusti: i contenti, mi pare, possiamo chiamarli quelli che noi stesse acquistiamo con la nostra meditazione e con le nostre richieste al Signore nostro, che procedono dal nostro naturale, sebbene alla fine ci aiuti anche Dio (che si deve intendere, in tutto quello che dirò, che non possiamo nulla senza di Lui), ma nascono dalla stessa opera virtuosa che facciamo; e ci sembra di averli guadagnati con il nostro lavoro, e con ragione ci dà contentezza l’esserci impiegate in cose simili. Ma se ci pensiamo bene, gli stessi contenti li avremmo in molte cose che ci possono succedere in terra. Così in un gran patrimonio che arriva all’improvviso a qualcuno; come nel vedere improvvisamente una persona che amiamo molto; come nell’aver concluso bene un affare importante e una cosa grande, di cui tutti dicono bene; come se a qualcuna avessero detto che è morto suo marito o suo fratello o suo figlio, e lo vede arrivare vivo. E ho visto versare lacrime per un grande contento, e anche a me è capitato qualche volta. Mi pare che, così come questi contenti sono naturali, lo siano anche quelli che ci danno le cose di Dio, solo che sono di una stirpe più nobile (anche se questi altri non erano cattivi nemmeno loro): in fondo cominciano dal nostro stesso naturale, e finiscono in Dio. I gusti cominciano da Dio, e li sente il naturale, e ne gode tanto quanto godono quelli che ho detto, e molto più.
Oh Gesù, e che desiderio ho di saper spiegarmi in questo! Perché capisco, mi pare, una differenza ben conosciuta, ma il mio sapere non basta a spiegarmi bene: lo faccia il Signore. Ora mi ricordo di un versetto che diciamo a Prima, alla fine dell’ultimo Salmo, che alla fine del versetto dice: *Cum dilatasti cor meum*. A chi ha molta esperienza, questo basta per vedere la differenza che c’è tra l’una cosa e l’altra; a chi non ne ha, ne occorre di più.
I contenti di cui ho detto non dilatano il cuore, anzi più spesso pare che lo stringano un poco, sebbene con un contento pieno di vedere che si fa per Dio; ma vengono certe lacrime angosciose, che in qualche modo sembra le muova la passione. Io so poco di queste passioni dell’anima, e forse per questo non saprei farmi capire, né di quello che procede dalla sensualità e dal nostro naturale, perché sono molto rozza; se avessi capito, attraverso quello che ho vissuto, saprei spiegarmi: gran cosa è il sapere e la cultura per tutto. Quello che ho di esperienza di questo stato (dico di questi doni e contenti nella meditazione) è che se cominciavo a piangere per la Passione non sapevo finire, finché non mi si spaccava la testa: se per i miei peccati, lo stesso: ben grande grazia mi faceva il Signore nostro, e non voglio ora esaminare quale sia meglio, l’una o l’altra cosa, ma vorrei saper dire la differenza che c’è tra l’una e l’altra. Per queste cose vanno a volte queste lacrime, e questi desideri aiutati dal naturale, e secondo com’è la disposizione; ma alla fine, come ho detto, vengono a finire in Dio, anche se è solo questo. Ed è da apprezzare molto, se c’è umiltà, capire che per questo non sono migliori; perché non si può capire se sono tutti effetti dell’amore, e quando lo sono, è Dio che li dà.
Per la maggior parte hanno queste devozioni le anime delle mansioni passate, perché procedono quasi sempre con un’opera dell’intelletto, impiegate nel discorrere con l’intelletto e nella meditazione; e vanno bene così, perché non è stato dato loro di più, anche se farebbero bene a occuparsi un poco anche nel fare atti, e nel lodare Dio, e nel rallegrarsi della sua bontà, e di quello che Egli è, e nel desiderare il suo onore e la sua gloria (questo come si può, perché desta molto la volontà), e a stare molto attente, quando il Signore darà loro quest’altra cosa, a non lasciarla per finire la meditazione a cui sono abituate. Poiché mi sono dilungata molto a dire questo in altre parti, non lo dirò qui: voglio solo che restiate avvertite che per avanzare molto in questo cammino e salire alle mansioni che desideriamo, la cosa non sta nel pensare molto, ma nell’amare molto; e così fate quello che più vi desta all’amore.
Forse non sappiamo cos’è amare, e non me ne stupirei molto; perché non sta nel gusto maggiore, ma nella determinazione maggiore di desiderare di contentare Dio in tutto, e di procurare per quanto possiamo di non offenderlo, e di pregarlo che vada sempre avanti l’onore e la gloria di suo Figlio, e l’aumento della Chiesa cattolica. Questi sono i segni dell’amore, e non pensate che la cosa stia nel non pensare ad altro, e che se vi distraete un poco sia tutto perduto.
Io sono andata avanti in questo frastuono del pensiero, ben stretta qualche volta, e sarà poco più di quattro anni che sono arrivata a capire per esperienza che il pensiero (o immaginazione, perché si capisca meglio) non è l’intelletto; e lo chiesi a un dotto, e mi disse che era così, cosa che non fu per me poco contento; perché essendo l’intelletto una delle facoltà dell’anima, mi sembrava una cosa dura stare a volte così stordita, mentre di solito il pensiero vola in fretta, tanto che solo Dio può legarlo, quando ci lega così, in modo che sembra che restiamo in qualche modo sciolte da questo corpo. Io vedevo, a quanto mi pareva, le facoltà dell’anima impiegate in Dio, e raccolte con Lui, e dall’altra parte il pensiero agitato: mi lasciava stordita. Oh Signore, teneteLo in conto, quanto soffriamo in questo cammino per mancanza di sapere!
Ed è un male che, come non pensiamo che ci sia da sapere più che pensare a Voi, non sappiamo nemmeno chiedere a chi sa, né capiamo cosa ci sia da chiedere, e si passano terribili travagli, perché non ci capiamo; e quello che non è male, ma bene, pensiamo che sia molta colpa. Da qui procedono le afflizioni di molta gente che si dedica all’orazione, e il lamentarsi di travagli interiori (almeno in buona parte in gente che non ha studiato), e vengono le malinconie, e si arriva a perdere la salute, e anche a lasciare del tutto l’orazione, perché non considerano che c’è un mondo interiore qui dentro; e così come non possiamo fermare il movimento del cielo, che corre in fretta con tutta la sua velocità, nemmeno possiamo fermare il nostro pensiero, e allora ci mettiamo in mezzo tutte le facoltà dell’anima insieme a lui, e ci sembra di essere perdute, e di aver sprecato il tempo che stiamo davanti a Dio; mentre magari l’anima è tutta unita con Lui nelle mansioni molto vicine al centro, e il pensiero è nel sobborgo del Castello, a soffrire in mezzo a mille bestie feroci e velenose, e a far merito con questo soffrire. E così, non ce ne dobbiamo turbare, né dobbiamo lasciare l’orazione, che è proprio quello che vuole il demonio; e per la maggior parte tutte le inquietudini e i travagli vengono da questo non capire noi stesse.
Scrivendo questo, sto pensando a quello che succede nella mia testa per il grande rumore che c’è dentro, di cui ho detto al principio, per cui mi è diventato quasi impossibile riuscire a fare quello che mi ordinavano di scrivere. Non sembra altro che ci siano dentro molti fiumi in piena, e dall’altra parte che queste acque si gettino a precipizio; molti uccellini e fischi, e non nelle orecchie, ma nella parte superiore della testa, dove dicono che sta la parte superiore dell’anima; io sono stata a lungo su questo, perché mi pareva che il grande movimento dello spirito verso l’alto salisse con velocità.
Voglia Dio che mi ricordi, nelle mansioni più avanti, di dire la causa di questo (che qui non viene bene); e non sarà strano che il Signore abbia voluto darmi questo mal di testa per capirlo meglio, perché, con tutto questo frastuono, non mi ostacola l’orazione, né quello che sto dicendo, ma l’anima resta ben intera nella sua quiete e amore e desideri e chiara conoscenza. E allora, se nella parte superiore della testa sta la parte superiore dell’anima, come non la turba? Questo non lo so io, ma so che è vero quello che dico. Dà pena quando l’orazione non è con sospensione, perché allora, finché non passa, non si sente nessun male; ma sarebbe stato un gran male se per questo impedimento avessi lasciato del tutto l’orazione.
E così non è bene che ci turbiamo per i pensieri, né che ce ne importi nulla: se li mette il demonio, con questo cesserà; e se è, come lo è, della miseria che ci è rimasta dal peccato di Adamo, insieme a molte altre, abbiamo pazienza, e soffriamolo per amore di Dio. Dato che siamo anche soggette a mangiare e dormire, senza poterlo evitare (che è già un gran travaglio), riconosciamo la nostra miseria, e desideriamo andare dove nessuno ci disprezza. Qualche volta mi ricordo di aver sentito quello che dice la Sposa nel Cantico dei Cantici, e davvero non trovo in tutta la vita niente a cui si possa dire questo con più ragione; perché tutti i disprezzi e i travagli che ci possono essere nella vita non mi pare arrivino a queste battaglie interiori. Qualsiasi disagio e guerra si può sopportare trovando pace dove viviamo, come ho già detto; ma che vogliamo venire a riposarci da mille travagli che ci sono nel mondo, e che il Signore voglia prepararci il riposo, e che in noi stesse stia l’ostacolo, non può non essere molto penoso, e quasi insopportabile.
Per questo, portateci, Signore, dove queste miserie non ci disprezzino, che a volte pare che si prendano gioco dell’anima. Già in questa vita il Signore ne libera, quando si è arrivate all’ultima mansione, come diremo, se Dio sarà servito. E non daranno a tutte tanta pena queste miserie, né le assaliranno come fecero a me per molti anni, per essere meschina, tanto che pareva che io stessa volessi vendicarmi di me. E dato che è stata una cosa così penosa per me, penso che forse lo sarà anche per voi; e non faccio che ripeterlo in un modo e nell’altro, per vedere se una volta riesco a farvi capire come sia una cosa inevitabile, e non vi lasci inquiete e afflitte: lasciamo pure andare questa martellina del mulino, e moliamo la nostra farina, senza smettere di far lavorare la volontà e l’intelletto.
C’è più o meno di questo ostacolo, secondo la salute e i momenti. Soffra la povera anima, anche se in questo non ha colpa, perché in altre cose avremo ben ragione di avere pazienza. E poiché non basta quello che leggiamo e ci consigliano, cioè di non fare caso a questi pensieri, per chi ne sa poco non mi pare tempo perso tutto quello che spendo per spiegarlo di più, e per consolarvi in questo caso; anche se, finché il Signore non ci vuole dare luce, serve a poco. Ma è necessario, e Sua Maestà lo vuole, che prendiamo delle vie per capirci, e che di quello che fa la debole immaginazione, il naturale e il demonio non diamo la colpa all’anima.