Il castello interiore, Teresa d'Ávila

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Quarte mansioni

Capitolo 8

Gli effetti di questa orazione sono molti: ne dirò alcuni, e prima un’altra maniera di orazione, che comincia quasi sempre prima di questa, e per averne già parlato in altre parti, ne dirò poco. Un raccoglimento, che mi pare anch’esso soprannaturale; perché non è stare al buio, né chiudere gli occhi, né consiste in qualcosa di esteriore, anche se senza volerlo si arriva a chiudere gli occhi e a desiderare la solitudine; e, senza artificio, pare che si vada costruendo l’edificio per l’orazione di cui ho già detto, perché questi sensi e queste cose esteriori sembrano andar perdendo il loro diritto, perché l’anima vada riprendendo il suo, che aveva perso.

Dicono che l’anima entra dentro di sé; e altre volte che sale sopra di sé: con questo linguaggio non saprò io chiarire nulla, perché questo ho di difetto, che per come io so dirlo, penso che mi dobbiate capire, e forse sarà solo per me. Facciamo conto che questi sensi e facoltà, che ho già detto essere la gente di questo Castello, che è quello che ho preso per saper dire qualcosa, se ne sono andati fuori e vanno con gente estranea nemica del bene di questo Castello, per giorni e anni; e che ormai, vedendo la propria rovina, si sono avvicinati di nuovo, anche se non arrivano a stare del tutto dentro; perché questa abitudine è cosa tenace: non sono più traditori, ma girano ancora intorno.

Visto dal gran Re, che sta nella Dimora di questo Castello, il loro buon volere, per la sua grande misericordia li vuole far tornare a Sé, e, come buon pastore, con un fischio così dolce che quasi loro stessi non lo riconoscono, fa sì che conoscano la sua voce e non vadano più così perduti, ma tornino alla sua Dimora: e questo fischio del pastore ha tanta forza, che abbandonano le cose esteriori in cui erano alienati, e si mettono dentro il Castello.

Mi pare di non averlo mai spiegato come ora, perché cercare Dio nell’interiore, dove si trova meglio e più a nostro vantaggio che nelle creature, come dice sant’Agostino che lo trovò, dopo averlo cercato in molti luoghi, è un grande aiuto quando Dio fa questa grazia. E non pensate che sia per l’intelletto acquisito, procurando di pensare Dio dentro di sé, né per l’immaginazione, immaginandolo dentro: questo è buono, ed è un modo eccellente di meditazione, perché si fonda su una verità, cioè che Dio sta dentro di noi stessi: ma non è questo, perché questo ognuna può farlo: con l’aiuto del Signore si capisce tutto.

Ma quello che dico io è in modo diverso, e cioè che a volte, prima ancora di cominciare a pensare a Dio, questa gente è già nel castello, senza sapere io da dove, né come abbia udito il fischio del suo pastore, che non fu attraverso le orecchie, perché non si sente nulla, ma si sente in modo evidente un dolce raccogliersi verso l’interiore, come vedrà chi lo vive, perché io non so chiarirlo meglio. Mi pare di aver letto che come un riccio o una tartaruga si ritirano in se stessi: e doveva capirlo bene chi lo scrisse; ma questi animali entrano in sé quando vogliono, mentre qui non sta nel nostro volere, ma in quando Dio ci vuole fare questa grazia.

Ritengo che quando Sua Maestà la fa, è a persone che già vanno lasciando le cose del mondo: non dico che lo facciano con le opere, quelle che hanno uno stato di vita che non lo permette, ma col desiderio, perché Dio le chiama in modo particolare, perché stiano attente alle cose interiori; e così credo che, se vogliamo dar spazio a Sua Maestà, non darà solo questo a chi comincia a chiamare per qualcosa di più. Lo lodi molto chi riconosce questo in sé, perché è ben giusto che riconosca la grazia; e il rendimento di grazie per essa la disporrà per altre maggiori.

Ed è una disposizione per poter ascoltare, come si consiglia in alcuni libri, che si procuri di non discorrere, ma di stare attente a vedere cosa fa il Signore nell’anima; perché se Sua Maestà non ha ancora cominciato ad assorbirci, non si riesce a capire come si possa fermare il pensiero, in modo che non faccia più danno che profitto; anche se è stata una discussione ben dibattuta tra alcune persone spirituali; e io confesso la mia poca umiltà, che non mi hanno mai dato una ragione tale da farmi arrendere a quello che dicono.

Uno mi oppose un certo libro del santo fra Pietro d’Alcantara (che credo lo sia), a cui mi sarei arresa, perché so che lo sapeva; lo leggemmo, e dice lo stesso che dico io, anche se non con queste parole, ma si capisce da quello che dice, che l’amore deve essere già desto. Può darsi che io mi inganni, ma vado per queste ragioni.

La prima, che in questa opera dello spirito, chi meno pensa e vuole fare, fa di più. Quello che dobbiamo fare è chiedere come povere bisognose davanti a un grande e ricco imperatore, e poi abbassare gli occhi, e aspettare con umiltà. Quando per le sue vie segrete ci pare di capire che ci ascolta, allora è bene tacere, poiché ci ha lasciato stare vicino a Sé, e non sarà male procurare di non operare con l’intelletto (se possiamo, dico); ma se di questo Re non capiamo ancora che ci ha ascoltato, né che ci vede, non dobbiamo restare come stupide, perché l’anima ne resta ben stanca quando ha tentato questo, e resta molto più arida, e forse più inquieta l’immaginazione, per lo sforzo che si è fatto di non pensare a nulla; mentre il Signore vuole invece che gli chiediamo, e che consideriamo di stare alla sua presenza, perché Lui sa quello che ci conviene.

Io non riesco a persuadermi di industrie umane in cose in cui pare che Sua Maestà abbia posto un limite e le abbia volute riservare per Sé; cosa che non ha fatto per molte altre, che possiamo fare con il suo aiuto, sia di penitenze che di opere che di orazione, fin dove arriva la nostra miseria. La seconda ragione è che queste opere interiori sono tutte dolci e pacifiche; e fare qualcosa di penoso danneggia più che giovare (chiamo penoso qualunque sforzo che vogliamo farci, come sarebbe la pena di trattenere il respiro), e invece bisogna lasciare l’anima nelle mani di Dio, che faccia di lei quello che vuole, con il maggior distacco possibile dal proprio profitto, e la maggior rassegnazione alla volontà di Dio.

La terza è che la stessa cura che si mette nel non pensare a nulla, forse sveglierà il pensiero a pensare molto. La quarta è che la cosa più sostanziale e gradita a Dio è che ci ricordiamo del suo onore e della sua gloria, e ci dimentichiamo di noi stesse, del nostro profitto, del nostro conforto e del nostro gusto.

Perché, essendo dimentica di sé, colei che sta con tanta attenzione da non osare muoversi, e non lascia nemmeno che il suo intelletto e i suoi desideri si muovano a desiderare la maggior gloria di Dio, né a rallegrarsi di quella che Egli ha, quando Sua Maestà vuole che l’intelletto cessi, lo occupa in un altro modo, e dà una luce nella conoscenza tanto superiore a quello che possiamo raggiungere, che lo lascia assorto, e allora, senza sapere come, resta molto meglio istruito di quanto farebbero tutte le nostre fatiche per rovinarlo di più; perché Dio ci diede le facoltà perché lavorassimo con esse, e tutto ha la sua ricompensa, quindi non c’è motivo di incantarle, ma di lasciarle fare il loro ufficio, finché Dio non le metta a un compito maggiore.

Quello che capisco convenga di più che faccia l’anima che il Signore ha voluto mettere in questa Dimora, è quanto detto: che senza nessuna forzatura né rumore, cerchi di arginare il discorrere dell’intelletto, ma non di sospenderlo, né il pensiero; ma che è bene che si ricordi di essere davanti a Dio, e chi sia questo Dio. Se quello stesso che sente in sé la assorbe, bene; ma non cerchi di capire cosa sia, perché è dato alla volontà: la lasci godere senza nessuna industria, se non qualche parola amorosa, perché, anche se qui non cerchiamo di stare senza pensare a nulla, accade spesso, anche se per un tempo molto breve.

Ma, come ho detto in un’altra parte, la ragione per cui in questa maniera di orazione con cui ho cominciato questa Dimora ho mescolato quella del raccoglimento con quella di cui dovevo parlare per prima, è che è molto meno di quella dei gusti di Dio di cui ho detto, ma ne è il principio, per arrivare a essa; perché nel raccoglimento non si deve lasciare la meditazione, né l’opera dell’intelletto, in questa fonte sorgiva che non viene per canaletti: esso si modera, o si lascia moderare, vedendo che non capisce quello che vuole, e così va da un capo all’altro come uno sciocco, che non trova riposo in nulla.

La volontà resta così immersa nel suo Dio, che le pesa molto l’agitarsi dell’intelletto; e così non ha bisogno di badargli, perché badargli le farebbe perdere molto di quello che gode: meglio lasciarlo stare, e lasciarsi lei stessa nelle braccia dell’amore; perché Sua Maestà le insegnerà cosa fare in quel momento, che quasi tutto è trovarsi indegna di tanto bene, e impiegarsi nel rendimento di grazie.

Per trattare dell’orazione di raccoglimento, ho lasciato da parte gli effetti o segni che hanno le anime a cui Dio nostro Signore dà questa orazione. Come si capisce chiaramente una dilatazione o allargamento nell’anima, allo stesso modo in cui se l’acqua che sgorga da una fontana non avesse corrente, ma la fontana stessa fosse costruita in modo che, quanta più acqua sgorgasse, tanto più grande si facesse l’edificio; così pare in questa orazione, e in molte altre meraviglie che Dio fa nell’anima, che la rende capace e la va disponendo, perché tutto possa entrarvi.

Così questa dolcezza e questo allargamento interiore si vedono in chi resta meno legata, come prima, alle cose del servizio di Dio, ma con molta più ampiezza. Così nel non sentirsi oppressa dal timore dell’inferno, perché, anche se le resta un timore maggiore di offendere Dio, qui si perde quello del servire per paura: resta con grande fiducia di doverne godere.

Chi era solita avere il timore di perdere la salute nel fare penitenza, ormai le pare che potrà tutto in Dio; ha più desiderio di farla di quanto ne avesse prima. Il timore che era solita avere dei travagli ormai è più mitigato, perché la fede è più viva; e capisce che, se li soffre per Dio, Sua Maestà le darà la grazia di sopportarli con pazienza; e a volte li desidera pure, perché le resta anche una grande volontà di fare qualcosa per Dio.

Via via che conosce meglio la grandezza di Dio, si tiene per più miserabile: avendo già provato i gusti di Dio, vede che le cose del mondo sono spazzatura; se ne va allontanando poco a poco da esse, ed è più padrona di sé per farlo. Insomma, in tutte le virtù resta migliorata, e non smetterà di crescere, se non torna indietro e torna a offendere Dio, perché allora tutto si perde, per quanto in alto sia salita un’anima. Né si deve intendere che, per una o due volte che Dio fa questa grazia a un’anima, tutte queste cose restino acquisite per sempre, se non si persevera nel riceverle, perché in questa perseveranza sta tutto il nostro bene.

Avviso molto, su una cosa, chi si trovi in questo stato: che si guardi molto bene dal mettersi in occasioni di offendere Dio, perché qui l’anima non è ancora cresciuta, ma è come un bambino che comincia a poppare, che se si allontana dal seno di sua madre, cosa ci si può aspettare da lui se non la morte? Io ho molto timore che a chi Dio abbia fatto questa grazia, e si allontani dall’orazione, accadrà proprio questo, a meno che non sia per un’occasione gravissima, o a meno che non vi torni presto, perché andrà di male in peggio.

So che c’è molto da temere in questo caso, e conosco alcune persone che mi hanno fatto molta pena, e ho visto quello che dico, per essersi allontanate da chi con tanto amore voleva dare loro la propria amicizia e mostrarglielo con le opere. Avviso tanto di non mettersi in occasioni, perché il demonio si impegna molto di più per un’anima di queste, che per moltissime a cui il Signore non fa queste grazie; perché possono fargli grande danno trascinandone altre con sé, e potrebbero fare un gran bene nella Chiesa di Dio.

E anche se non ci fosse altro, basta vedere che Sua Maestà mostra loro un amore particolare, perché lui si dia tanto da fare perché si perdano; e così sono molto combattute, e anche molto più perdute delle altre, se si perdono. Voi, sorelle, siete libere da questi pericoli, per quanto possiamo capire: Dio vi liberi dalla superbia e dalla vanagloria; e se il demonio volesse contraffare queste grazie, lo si riconoscerà dal fatto che non produrrà questi effetti, ma tutto il contrario.

Di un pericolo vi voglio avvisare, anche se ve l’ho già detto in un’altra parte, in cui ho visto cadere persone di orazione, in particolare donne, che essendo noi più fragili, c’è più spazio per quello che sto per dire: alcune, per la molta penitenza, l’orazione e le veglie, e anche senza tutto questo, sono di debole costituzione: appena hanno qualche dono spirituale, ne resta soggiogata la natura, e come sentono un certo contento interiore, insieme a un abbattimento esteriore e a una debolezza (quando c’è un sonno che chiamano spirituale, che è un poco di più di quanto ho detto), pare loro che sia la stessa cosa, e si lasciano assorbire; e più si lasciano andare, più si lasciano assorbire, perché la natura si indebolisce di più, e a loro giudizio sembra un rapimento; io lo chiamo invece un instupidimento, perché non è altro che star lì a perdere tempo e a rovinarsi la salute.

A una persona capitava di restare otto ore così, senza essere del tutto priva di sensi, ma senza nemmeno sentire cose di Dio: con il dormire e il mangiare, e il fare meno penitenza, le passò, perché ci fu chi la capì, lei che aveva ingannato il suo confessore, e altre persone, e se stessa, pur non volendo ingannare nessuno. Credo bene che il demonio ci avesse messo del suo, per trarne qualche guadagno, e non piccolo per cominciare.

Bisogna capire che, quando è cosa veramente di Dio, anche se c’è un abbattimento interiore ed esteriore, nell’anima non c’è questo abbattimento, perché ha grandi sentimenti di trovarsi così vicina a Dio, né dura tanto, ma pochissimo tempo. È vero che torna ad assorbirsi, ma in questa orazione, se non è debolezza, come ho detto, non arriva al punto da abbattere il corpo, né da produrre alcun segno esteriore in esso.

Perciò chi sente questo in sé lo dica alla priora, e si distragga il più possibile, e lei le faccia avere meno ore di orazione, pochissime, e procuri che dorma bene e mangi, finché non le torni la forza naturale, se l’ha persa per questa via. Se la natura è così debole che questo non basta, credetemi che Dio non la vuole che per la vita attiva, che deve esserci comunque nei monasteri: la si occupi in incarichi, e si badi sempre che non abbia troppa solitudine, perché finirebbe per perdere del tutto la salute.

Sarà per lei una mortificazione ben grande: qui il Signore vuole provare l’amore che gli porta, in come sopporta questa assenza, e sarà servito di restituirle la forza dopo un certo tempo; e se no, guadagnerà con l’orazione vocale e con l’obbedienza, e meriterà quello che avrebbe meritato per questa via, e forse di più.

Potrebbero anche esserci alcune di immaginazione così debole, come ne ho conosciute, a cui pare di vedere tutto quello che pensano: è cosa assai pericolosa, e forse se ne parlerà più avanti, non qui; perché mi sono dilungata molto in questa Dimora, perché credo sia quella in cui entrano più anime: e poiché qui il naturale è ancora unito al soprannaturale, il demonio può fare più danno, mentre in quelle di cui resta da parlare il Signore non gli dà tanto spazio. Sia per sempre lodato, amen.

Traduzione italiana di Meditanimus, condotta direttamente sul testo spagnolo originale, di pubblico dominio. Fonti e crediti.

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